Il fondatore di Spotify, Daniel Ek, ha annunciato che a gennaio lascerà la carica di amministratore delegato per assumere quella di presidente esecutivo.
La decisione segna un passaggio storico per l’azienda svedese, oggi leader globale dello streaming musicale. Al suo posto subentreranno due manager di lungo corso, Gustav Soderstrom e Alex Norstrom, chiamati a guidare l’azienda in una formula a co-CEO.
L’annuncio non ha però convinto i mercati: a Wall Street il titolo ha perso terreno subito dopo la comunicazione, a conferma di un certo scetticismo sulla nuova governance.
E non è difficile capire perché. Se da un lato Ek vuole incarnare un presidente “in stile europeo”, più coinvolto e operativo di quanto non avvenga negli Stati Uniti, dall’altro resta il dubbio su come verrà gestito l’equilibrio tra tre figure di vertice.
Ek, il presidente “allenatore”
Daniel Ek, che siede nel board di Spotify dal 2008, ha spiegato con una metafora sportiva la sua trasformazione da CEO a presidente esecutivo: “Sarò più coinvolto di un tipico presidente americano. Quindi pensatela un po’ come il passaggio da giocatore ad allenatore”.
Una formula che rende bene l’idea del suo ruolo futuro: non più il frontman quotidiano della società ma comunque il regista delle strategie di lungo termine e della distribuzione del capitale.
Il modello del “presidente europeo” non è inedito, ma resta poco familiare per gli investitori americani, abituati a una separazione più netta tra ruoli. Negli Stati Uniti, infatti, il chairman coordina il consiglio di amministrazione e supervisiona l’operato del CEO, ma senza intervenire nelle scelte operative. In Europa, invece, è più frequente che il presidente assuma un ruolo molto più attivo, quasi da “supervisore strategico”, influenzando direttamente la visione e le decisioni aziendali.
Proprio questa differenza ha alimentato i dubbi: Wall Street non è abituata a un presidente che annuncia di essere «più coinvolto di un tipico chairman americano», soprattutto in presenza di due co-CEO chiamati a guidare l’azienda. Il calo immediato in Borsa è anche il segno che questa impostazione non è stata del tutto compresa, e che sarà necessario tempo per dimostrarne l’efficacia.
La sfida dei co-CEO
Sul fronte operativo, a reggere il timone saranno Soderstrom e Norstrom, due dirigenti che da quindici anni affiancano Ek nella costruzione di Spotify. Il primo viene dal lato tecnologico e di prodotto, il secondo da quello commerciale e dei contenuti.
L’idea è di formare un binomio complementare, “un’unica squadra”, come ha detto Soderstrom, che ha rivendicato l’equilibrio tra il suo interesse per il business e la passione di Norstrom per la conoscenza dei prodotti.
Il modello a co-CEO non è privo di precedenti. Colossi come Oracle e Netflix hanno scelto questa formula per gestire la complessità delle loro operazioni globali. Ma resta una sfida difficile da governare, perché richiede un livello di sintonia e collaborazione che non tutte le aziende riescono a mantenere nel tempo.
Non a caso, un analista di AJ Bell ha riassunto i dubbi degli investitori con un proverbio semplice: «troppi cuochi rischiano di rovinare la zuppa».
Spotify: il dominio, le incertezze
La transizione avviene mentre Spotify resta il leader incontrastato del mercato, con quasi 700 milioni di utenti mensili e un catalogo da oltre 100 milioni di brani. Apple Music si ferma a circa 90 milioni di abbonati, mentre YouTube Music e Amazon Music puntano su integrazioni diverse per guadagnare terreno: l’uno con la forza del video, l’altro con il traino di Prime.
Eppure, la leadership non basta a mettere al riparo l’azienda dai problemi. I margini di profitto restano sotto pressione, con gli artisti che chiedono compensi più alti e il piano gratuito che cresce ma rende meno. Il 2024 ha segnato il primo utile annuale della società, frutto di aumenti dei prezzi e di tagli ai costi ma il percorso verso una redditività stabile è tutt’altro che concluso.
Il mercato musicale è comunque in evoluzione. Secondo l’IFPI, i ricavi globali della musica registrata hanno toccato i 29,6 miliardi di dollari nel 2024, con lo streaming che per la prima volta ha superato i 20 miliardi e gli abbonamenti che hanno rappresentato oltre la metà del totale. Numeri che mostrano la forza del settore, ma anche la competizione serrata tra piattaforme.
Da startup a simbolo europeo
Fondata a Stoccolma nel 2006, Spotify è nata come risposta alla crisi dell’industria musicale, piegata dalla pirateria e dal crollo delle vendite dei CD.
Il debutto negli Stati Uniti nel 2011 è arrivato in un momento in cui i ricavi del settore erano al minimo storico. Da allora, Spotify è diventata non solo il player dominante ma anche il simbolo della capacità europea di produrre aziende in grado di competere con i giganti americani e asiatici.
Per Daniel Ek, questo passaggio non è dunque un addio ma una metamorfosi. Se riuscirà a interpretare il ruolo di allenatore senza togliere autonomia ai suoi successori, Spotify potrà affrontare le nuove sfide con una leadership solida. In caso contrario, la società rischia di diventare un esperimento di governance che non tutti gli investitori saranno disposti a seguire.


