La Cina risponde a Trump: +34% di dazi sulle merci americane

by | 4 Apr 2025 | Business, Tech War

Xi Jinping è il presidente della Repubblica Popolare Cinese | Foto: Ufficio stampa del Presidente della Federazione Russa / Creative commons
Tempo di lettura: 3 minuti

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina cresce di intensità. Dopo l’annuncio di Donald Trump di una tariffa aggiuntiva del 34% sulle importazioni cinesi, Pechino ha reagito immediatamente imponendo la stessa percentuale sulle esportazioni americane.

Si tratta di una risposta simmetrica che segnala chiaramente la volontà di non lasciare campo libero a Washington e di difendere i propri interessi economici con fermezza.

Aziende bandite e terre rare sotto chiave

La controffensiva della Cina non si è limitata ai dazi. Undici aziende statunitensi sono state escluse dal mercato cinese perché accusate di cooperazione tecnologico-militare con Taiwan. Pechino le ha inserite nella “Unreliable Entity List”, bloccandone ogni possibilità di esportare, importare o investire nel Paese.

Altre sedici imprese americane sono state sottoposte a restrizioni all’export, vietando l’invio di materiali a doppio uso. Sei aziende sono state invece bloccate per presunti problemi legati alla sicurezza alimentare.

Nel frattempo, la Cina ha introdotto nuove limitazioni all’export di terre rare, materiali strategici per le industrie tecnologiche e militari.

Queste misure colpiscono duramente settori come quello dei veicoli elettrici, dei semiconduttori e delle armi di precisione, proprio perché la Cina detiene quasi il monopolio mondiale nella raffinazione di questi elementi.

Il ricorso della Cina all’OMC, il crollo dei mercati

Pechino ha deciso di portare il caso anche sul piano giuridico internazionale, depositando un nuovo ricorso presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio. È la terza iniziativa della Cina in pochi mesi contro la strategia tariffaria dell’amministrazione americana.

Questa volta, però, il linguaggio è particolarmente netto: il Ministero delle Finanze cinese ha definito le misure di Trump “una tipica pratica unilaterale di bullismo” che “mina i diritti legittimi della Repubblica Popolare”.

Le borse mondiali stanno reagendo con forte nervosismo a questa situazione. A Wall Street il Dow Jones ha perso oltre mille punti in un solo giorno, mentre il Nasdaq ha chiuso con un ribasso del 3%.

Il clima di incertezza ha contagiato anche le piazze europee e asiatiche, ma è stata Milano a registrare uno dei colpi più duri. A Piazza Affari, l’indice Ftse Mib ha segnato una flessione superiore al 7,5%, una perdita che riporta alla mente l’11 settembre 2001, quando il listino perse il 7,57% dopo l’attacco alle Torri Gemelle.

Nel bilancio delle peggiori sedute della Borsa italiana, solo il 6 ottobre 2008 (fallimento di Lehman Brothers, -8,24%) e il 24 giugno 2016 (Brexit, -12,48%) hanno registrato ribassi superiori.

Una linea dura che divide

La strategia di Trump, ormai è chiaro, mira a riportare la produzione negli Stati Uniti, riequilibrare la bilancia commerciale e difendere i settori strategici dalla concorrenza cinese.

Per il presidente, i dazi diventano così un atto di autodifesa economica e uno strumento di potere.

Per molti analisti, invece, si tratta di una mossa rischiosa che potrebbe avere conseguenze pesanti sui consumatori americani e sulla stabilità dell’economia globale.

Mentre i mercati manifestano grande inquietudine, Trump rafforza la sua narrativa di potenza economica e attrattività finanziaria.

Su Truth Social, il presidente ha inviato un messaggio diretto agli investitori: “Le mie politiche non cambieranno mai. Questo è un grande momento per arricchirsi, più di quanto non sia mai stato possibile prima”.

Un messaggio pensato per rassicurare i capitali in ingresso negli Stati Uniti e presentare le tensioni come un’opportunità di crescita, non un rischio.

In un secondo intervento, Trump ha deriso la reazione della Cina, sostenendo che Pechino “ha giocato male le sue carte” ed è “andata nel panico – l’unica cosa che non può permettersi di fare”.

Il presidente interpreta la risposta cinese non come segno di forza ma come dimostrazione di debolezza. È una narrazione muscolare che consolida l’ambizione di Trump di proporsi come un leader assertivo deciso a difendere l’economia americana.

Con quali risultati, però, ce lo dirà solo il tempo. Il rischio infatti è che non vinca nessuno: né Pechino né Washington, e men che meno i mercati.

Ma per Trump, oggi, conta solo il messaggio politico. E quello, con i dazi, è arrivato forte e chiaro.

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