Vi spieghiamo perché i dazi di Trump hanno affondato Apple

da | 3 Apr 2025 | Business, Tech War

Tim Cook e Donald Trump | Foto: Official White House Photo / Shealah Craighead
Tempo di lettura: 3 minuti

Le azioni Apple hanno subito un duro colpo in queste ore dopo l’annuncio del presidente Donald Trump di un nuovo pacchetto di dazi sulle importazioni.

Il titolo ha infatti perso il 5,7% nel mercato after-hours e ha toccato un calo del 7,9% nelle ore successive, confermando le preoccupazioni di Wall Street.

Già in calo dell’11% da inizio anno, Apple si ritrova ora al centro di una tempesta tariffaria che minaccia di erodere miliardi dai suoi profitti e di compromettere anni di strategia industriale.

Perché Apple è la più esposta di Big Tech

A differenza di altri colossi della tecnologia come Google o Microsoft, che dipendono meno da fornitori internazionali, Apple è legata a una rete produttiva estremamente globalizzata.

Il cuore del suo business – iPhone, iPad e Apple Watch – genera circa tre quarti dei 400 miliardi di dollari di ricavi annui dell’azienda.

La produzione di questi dispositivi è concentrata per il 90% in Cina, e l’aumento delle tariffe doganali dal 20% al 34% su quei prodotti avrà un impatto immediato.

Morgan Stanley ha stimato un aggravio di costi pari a 8,5 miliardi di dollari all’anno, con una riduzione degli utili prevista di circa 7,85 miliardi, ovvero 0,52 dollari per azione.

L’andamento del titolo Apple negli ultimi 5 giorni, al momento in cui scriviamo l’articolo. Si noti il crollo avvenuto ieri, a seguito dell’annuncio dei dazi da parte di Trump.

Il boomerang della diversificazione

Per evitare proprio questo tipo di rischi, a partire dal 2018 – ossia quando Trump diede inizio alla guerra commerciale con la Cina – Apple aveva cominciato a spostare parte della produzione fuori dal Paese.

La strategia puntava a ridurre l’esposizione ai dazi americani sulle importazioni cinesi, ma anche ad aumentare la resilienza della catena di approvvigionamento dopo che la pandemia di Covid-19 aveva paralizzato temporaneamente molte fabbriche.

In parallelo, Apple mirava a rafforzare la propria presenza in mercati strategici come l’India, il secondo al mondo per volumi di smartphone, dove la produzione locale avrebbe facilitato l’accesso al mercato e le relazioni con il governo.

Ci sono voluti cinque anni per formare i lavoratori e costruire le infrastrutture necessarie alla produzione dei modelli più recenti.

Oggi l’azienda è impegnata ad aumentare ulteriormente la produzione nel Paese, con l’obiettivo di arrivare a realizzare in India circa il 25% dei 200 milioni di iPhone venduti ogni anno.

In parallelo, Apple ha avviato il trasferimento della produzione di AirPods, iPad e MacBook in Vietnam, diventato una destinazione chiave per Cupertino e altri player del tech dopo le chiusure delle fabbriche cinesi nel 2020.

Già nel 2023, gli stabilimenti vietnamiti rappresentavano oltre il 10% dei 200 principali fornitori dell’azienda. Il Vietnam offriva il vantaggio della prossimità geografica alla Cina, mentre l’India era interessante soprattutto in ottica commerciale.

Oggi però questa strategia rischia di ritorcersi contro. Trump ha infatti annunciato dazi del 46% sulle importazioni dal Vietnam e del 26% su quelle dall’India, vanificando gli sforzi dell’azienda per diversificare la propria catena di fornitura.

E non è solo una questione di produzione diretta: secondo Bloomberg Intelligence, i nuovi dazi colpiranno anche i componenti provenienti da altri Paesi terzi, con conseguenze a cascata sulla catena di montaggio e sui margini.

“Dato che non ci aspettiamo che Apple aumenti i prezzi per compensare gli effetti”, scrivono gli analisti, “l’impatto sui profitti sarà inevitabile.” E se anche l’azienda decidesse di ritoccare i listini, lo farebbe in un momento di fiducia dei consumatori già fragile.

L’insoddisfazione per la filiera statunitense

A ciò si aggiunge che Apple ha più volte tentato di portare parte della produzione negli Stati Uniti, ma i risultati sono stati deludenti.

Lo stabilimento texano che assemblava i Mac ha dovuto affrontare problemi gestionali, con lavoratori che lasciavano il turno prima dell’arrivo dei colleghi, costringendo l’azienda a fermare le linee.

Ancora più critico è stato il tema della componentistica: Apple ha faticato a trovare fornitori americani in grado di produrre elementi anche banali, come viti su misura.

Il CEO Tim Cook non ha mai nascosto i limiti del sistema produttivo statunitense. “Negli Stati Uniti, si potrebbe organizzare un incontro di ingegneri degli utensili e non sono sicuro che riusciremmo a riempire una stanza,” aveva dichiarato già nel 2017. “In Cina, potresti riempire interi campi da football.”

Un’ammissione che oggi, con la Cina sotto il fuoco incrociato delle politiche commerciali americane, assume un sapore ancora più amaro.

L’illusione dell’amicizia con la Casa Bianca

Durante il primo mandato Trump, Tim Cook era riuscito a mantenere un dialogo diretto con il presidente, convincendolo a esentare l’iPhone e altri prodotti chiave dai dazi.

Lo stesso Cook aveva più volte sottolineato come le restrizioni commerciali avrebbero danneggiato un’azienda americana a beneficio della concorrenza straniera, in particolare la sudcoreana Samsung.

Per cercare di rinsaldare quel rapporto, Apple ha annunciato lo scorso febbraio un investimento di 500 miliardi di dollari negli Stati Uniti nei prossimi quattro anni. Una cifra colossale che include server per l’intelligenza artificiale prodotti in Texas e chip realizzati in uno stabilimento in Arizona.

Oggi, guardando alla nuova ondata di dazi, è difficile non pensare che quella mossa si è rivelata inutile.

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