Per tre anni la Difesa è stato l’affare che nessuno voleva perdere. Dal 2022, anno dell’invasione russa dell’Ucraina, l’indice Stoxx Europe Targeted Defence è salito di oltre il 40% l’anno, e nel 2025 è quasi raddoppiato. Poi qualcosa si è rotto.
Dal picco di gennaio l’indice ha perso oltre il 15%, con gran parte del calo concentrato dopo l’inizio della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Miliardi di euro bruciati hanno ridotto il valore di BAE Systems, Rolls-Royce, Thales, Leonardo, Rheinmetall.
“L’anno scorso ruotava tutto attorno a ‘quanto è grande questa spesa’”, riassume Charles Armitage, analista della difesa europea di Citi. “Quest’anno attorno a ‘come la paghiamo?'”
Chi paga il riarmo
La domanda che pone non è trascurabile. I piani di spesa militare europei sono finanziati a debito, in un momento in cui i costi di indebitamento dei governi sono saliti ovunque, spinti dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
L’inflazione attesa alimenta le aspettative di rialzi dei tassi. Nel frattempo i bilanci pubblici dell’Europa, che l’energia la importa, devono assorbire la pressione dei prezzi su imprese e famiglie.
“Il mercato s’interroga sulla sostenibilità di questo boom”, dice Emmanuel Cau, responsabile della strategia azionaria europea di Barclays. E la frattura politica è già visibile. Giovedì il ministro della Difesa britannico John Healey si è dimesso, accusando il governo di essere “riluttante” a stanziare risorse sufficienti.
La Germania invece ha comunicato alla Francia il ritiro dal Future Combat Air System, il programma da 100 miliardi di euro per il caccia di nuova generazione. E persino gli impegni minori vacillano: Praga, per bocca del premier Andrej Babiš, ammette che “probabilmente” mancherà l’obiettivo Nato del 2% del PIL.
Prove, non promesse
I grandi fondi che avevano scommesso sulla difesa stanno vendendo. Secondo State Street, i “presunti beneficiari della guerra e del riarmo” sono diventati uno dei peggiori titoli dell’anno.
“La pazienza si è esaurita”, dice Marija Veitmane, a capo dell’azionario della società. “Il mercato ora vuole prove, non promesse.” Il punto è che gli ordini ci sono, ma prima che diventino utili ci vuole del tempo.
Le trimestrali lo confermano: nel primo trimestre del 2026 Rheinmetall, Airbus e Thales hanno deluso sui ricavi. Morgan Stanley ha tagliato il giudizio sul settore a “neutrale”, dopo essere stata rialzista da gennaio 2024, citando l’assenza di catalizzatori capaci di spingere ancora i prezzi.
Il confronto con l’IA
Il settore della difesa deve però scontrarsi con un concorrente inatteso. Il capitale che fino a ieri premiava elmetti e cingoli ora misura quegli utili lenti contro i profitti gonfi dei titoli dell’IA. È una competizione per l’attenzione degli investitori e la difesa la sta perdendo.
“È difficile dire che sia un buon titolo se gli utili non vengono rivisti al rialzo più in fretta del resto del mercato”, taglia corto Giles Parkinson di TrinityBridge.
Leonardo è il caso italiano: trainata dai budget militari, a gennaio aveva sfiorato i 66 euro, ai massimi storici. Da lì è scesa verso la fascia dei 50. A differenza degli altri, però, nel primo trimestre ha battuto le attese grazie al rilancio dell’aeronautica: il 2025 si era chiuso con ordini per 23,8 miliardi (+14,5%) e ricavi vicini ai 19,5 miliardi. Un portafoglio solido, che il mercato ora vuole però vedere tradotto in cassa.
La difesa, dai carri ai droni
C’è poi un secondo spostamento, questa volta di di natura industriale. Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente hanno mostrato quanto contino droni e missili rispetto a carri armati e blindati. E gli investitori se ne sono accorti.
“La difesa europea è vista come vecchia scuola, vecchia economia”, osserva Cau. “I titoli che vuoi comprare ora hanno un’inclinazione tecnologica”. I numeri lo confermano: il francese Parrot, produttore di droni, è salito di circa il 36% quest’anno; la svedese MilDef, specializzata in IT militare, di quasi due terzi.
Mentre i grandi gruppi storici arrancano, il denaro cerca chi fabbrica la guerra del futuro. “I soldi facili sono stati fatti”, chiude Armitage. Per lui siamo “all’ultimo tratto”: la corsa della difesa europea è quasi finita, e i guadagni facili sono già stati incassati.
Fonte: Financial Times


