Gli investitori stanno riversando miliardi nelle startup di tutta Europa che si occupano di intelligenza artificiale e tecnologia della difesa.
Il venture capital europeo ha infatti raggiunto 66 miliardi di euro nel 2025, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente, secondo i dati di PitchBook. Un risultato che è ben poca cosa se paragonato a quanto accade al di là dell’Atlantico ma che comunque segna il massimo del periodo post-pandemia, trainato quasi interamente da due settori: IA e militare, che insieme assorbono oltre 32 miliardi di euro.
Gli accordi legati all’IA hanno rappresentato più del 35% di tutte le transazioni di venture capital europeo, per un valore complessivo di 23,5 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 17,7 miliardi del 2024. Sul fronte difesa, gli investimenti sono schizzati del 55% anno su anno, raggiungendo un record di 8,7 miliardi di dollari, secondo il Nato Innovation Fund e Dealroom.
Una dinamica, questa, che riflette un cambio di priorità strategiche per il continente, dove la tecnologia non è più solo questione di competitività economica ma di sovranità e sicurezza.
Le valutazioni stellari e l’ombra della bolla
I numeri si traducono così in valutazioni che solo fino a pochi anni fa sarebbero state impensabili per startup europee. La svedese Legora, specializzata in IA applicata al settore legale, è in trattative per raccogliere fondi a una valutazione di circa 4 miliardi di dollari, più che raddoppiando gli 1,8 miliardi raggiunti appena lo scorso ottobre.
Synthesia, società londinese che crea avatar digitali tramite IA, ha chiuso un round da 200 milioni a una valutazione di 4 miliardi, mentre ElevenLabs, che sviluppa tecnologie audio basate su IA, ha toccato gli 11 miliardi dopo un finanziamento da 500 milioni guidato da Sequoia Capital.
Nel settore difesa, la tedesca Isar Aerospace, che sviluppa lanciatori di satelliti e vale già 1 miliardo di dollari, sta discutendo di raccogliere nuovi capitali significativi. Questo dopo che altre due aziende tedesche, i produttori di droni Helsing e Quantum-Systems, hanno raccolto insieme quasi 1 miliardo di euro in grandi round di finanziamento.
“Difesa e IA sono due dei settori più caldi, quindi non sorprende che attirino molti dei mega-round in corso”, ha commentato Aaron Archer, partner dello studio legale Cooley al Financial Times. “Stiamo vedendo un’enorme quantità di investimenti su entrambe le sponde dell’Atlantico e ci aspettiamo che acceleri.”
Ma l’euforia solleva interrogativi. Demis Hassabis, a capo di Google DeepMind, ha avvertito che l’entusiasmo in alcune parti dell’industria dell’IA sta assumendo caratteristiche simili a una bolla, con valutazioni di aziende private sempre più distaccate dalla realtà commerciale. Un monito questo che riecheggia dinamiche già viste negli Stati Uniti, dove il mercato privato tech ha raggiunto livelli di sopravvalutazione che preoccupano gli analisti.
La spinta di Ucraina e Groenlandia
Dietro questa corsa agli investimenti c’è un calcolo geopolitico. La guerra in Ucraina, iniziata quasi quattro anni fa, ha rappresentato il punto di svolta: l’Europa ha dovuto confrontarsi con la propria vulnerabilità in termini di capacità militari e industriali.
Il quadro si è poi ulteriormente complicato con le recenti tensioni provocate da Trump sulla Groenlandia e i dibattiti sempre più concreti sulla necessità di un esercito europeo, che hanno reso evidente l’imprevedibilità dell’alleato americano. La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, in programma nei prossimi giorni, metterà il riarmo europeo al centro del dibattito, in un momento in cui la dipendenza dalla NATO e dagli Stati Uniti appare sempre meno sostenibile.
“I governi europei sembrano davvero tenere a costruire il proprio stack tecnologico”, ha spiegato Siraj Khaliq, senior adviser del fondo europeo di deep-tech Kembara, da 1 miliardo di euro. “Il vento a favore della sovranità non deve essere sottovalutato.”
Si tratta di tecnologie ad alta intensità di ricerca e capitale (dal quantum computing ai sistemi spaziali, dai droni autonomi all’IA applicata alla sicurezza), che richiedono anni di sviluppo ma sono considerate strategiche per ridurre la dipendenza da fornitori americani e cinesi.
L’obiettivo non è solo economico: è garantire che l’Europa possa controllare le infrastrutture critiche su cui si baseranno difesa, economia e società nei prossimi decenni.
L’Europa tra capitali ed exit
La crescita degli investimenti si accompagna a un altro segnale positivo: l’aumento delle cosiddette “exit”, ovvero le operazioni di vendita o quotazione che permettono agli investitori di incassare i profitti. È un aspetto essenziale per l’ecosistema europeo delle startup, storicamente debole su questo fronte rispetto agli Stati Uniti.
I venture capitalist stanno allora approfittando di mercati finalmente vivaci per vendere le proprie posizioni o realizzare guadagni quando le aziende vengono acquisite, creando così un circolo virtuoso di liquidità che può attrarre nuovi capitali.
Sander Verbrugge, partner del Nato Innovation Fund che ha raccolto 1 miliardo di euro per investire in startup di difesa e deep-tech, ha definito la “crescita significativa” nel settore come un segnale che “l’ecosistema sta maturando”.
I grandi round in fase avanzata si concentrano su aree come il quantum computing e lo spazio, settori dove l’Europa può vantare competenze scientifiche e industriali di prim’ordine. La sfida, d’ora in poi, sarà trasformare questo momento favorevole in qualcosa di duraturo.
Fonte: Financial Times


