Dopo il sequestro record da 13 miliardi, i Bitcoin sono ancora anonimi?

da | 25 Ott 2025 | Business

Tempo di lettura: 2 minuti

Il Dipartimento di Giustizia americano ha messo a segno il più grande sequestro nella storia del settore confiscando oltre 13 miliardi di dollari in bitcoin a Chen Zhi, presidente del conglomerato cambogiano Prince Holding Group, accusato di gestire una rete di truffe online e campi di lavoro forzato in Cambogia.

Secondo le autorità statunitensi, Chen Zhi avrebbe usato venticinque portafogli di criptovalute “non custoditi”, cioè controllati direttamente tramite chiavi private, per nascondere i suoi fondi.

Proprio queste chiavi si sono però rivelate il punto debole del sistema: apparentemente erano generate con un algoritmo pseudocasuale (PRNG) di scarsa qualità, che ha reso più facile rintracciare e infine sequestrare i bitcoin. Un’anomalia tecnica che ha trasformato un impero finanziario in un bersaglio accessibile.

Gli inquirenti americani accusano Chen di aver condotto un’enorme operazione di “pig butchering”. Con questo termine con cui si definiscono le truffe che combinano manipolazione emotiva e investimento finanziario: le vittime vengono convinte a investire somme sempre più alte, spesso in criptovaluta, finché il truffatore scompare. Un po’ come quando si fa ingrassare il maiale prima di macellarlo.

I Bitcoin e la promessa dell’anonimato

Il caso Chen mostra quanto l’anonimato del bitcoin sia più fragile di quanto molti investitori credano.

Nonostante la retorica libertaria che da sempre accompagna il mondo crypto, le forze dell’ordine sono ormai in grado di risalire ai fondi anche in assenza di un intermediario tradizionale.

Come ricordano alcuni esperti di sicurezza, la tracciabilità intrinseca della blockchain consente di seguire il flusso del denaro digitale, e le falle nelle chiavi private o nei wallet personali possono aprire la strada ai sequestri.

Negli ultimi anni, simili operazioni sono aumentate in tutto il mondo: dal Regno Unito alla Cina, dove le autorità hanno già confiscato criptovalute per miliardi di dollari.

Una convergenza paradossale, se si considera che Stati Uniti e Cina condividono ben poco sul piano politico ma si muovono con la stessa determinazione nel riportare ordine in un sistema nato per sfuggire al controllo statale.

Tra libertà digitale e controllo statale

Per molti, la forza delle criptovalute stava proprio nell’autonomia rispetto ai governi. Ma i recenti sequestri, e in particolare quello di Chen Zhi, stanno ridisegnando i confini di questa libertà.

“Il mercato non è senza legge”, ha dichiarato Shawn Yan, CEO della società hongkonghese Cregis Technology, commentando l’operazione americana. E infatti l’indagine dimostra che, sebbene i bitcoin siano tecnicamente difficili da violare, la combinazione di indagini tradizionali e strumenti di analisi blockchain permette alle autorità di intervenire con crescente efficacia.

La vicenda di Chen Zhi segna un punto di svolta simbolico. Da tecnologia concepita per sfuggire al potere delle istituzioni, la blockchain si sta trasformando in un nuovo terreno di competizione tra stati e criminalità digitale.

Gli stessi meccanismi di trasparenza che garantiscono la sicurezza del sistema, ossia la registrazione pubblica e immutabile delle transazioni, diventano armi di controllo nelle mani dei governi.

La promessa di anonimato che ha alimentato il sogno crypto appare ora come un’illusione perché ogni transazione lascia una traccia, e anche dietro i portafogli più blindati possono celarsi debolezze fatali.

Fonte: South China Morning Post

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