Fondato nel 1889, Asahi Group Holdings è tra i colossi globali delle bevande, possedendo dalla birra Super Dry al whisky Nikka, fino alle bibite e a brand europei come la ‘nostra’ Peroni, acquisiti negli anni scorsi.
In Giappone è leader di mercato e possiede una trentina di stabilimenti, mentre a livello internazionale ha consolidato la sua presenza con filiere complesse e interconnesse. Ciò rende l’azienda un perno della distribuzione nazionale e, purtroppo, un bersaglio sensibile.
Lunedì un attacco informatico ha mandato in tilt i sistemi di Asahi in Giappone, paralizzando ordini, spedizioni e call center. L’azienda ha attivato procedure d’emergenza con l’evasione parziale e manuale di alcuni ordini, dando priorità ad alimenti e soft drink. Per gli alcolici, invece, ha congelato nuove richieste per concentrare le risorse sulle consegne in uscita.
Nel frattempo è stata confermata la natura del raid: si parla di un attacco ransomware su server aziendali, con ripartenza dei call center ipotizzata per la prossima settimana. Sulle tempistiche di pieno ripristino, però, non c’è ancora certezza.
Asahi a secco: l’impatto su bar, catene e consumatori
Il risultato dell’attacco informatico è stato tangibile: scorte in rapido esaurimento nei bar e nei ristoranti, con alcuni locali arrivati all’ultimo fusto di Super Dry e fornitori costretti a ripiegare su birre concorrenti.
“È un bel problema”, ha raccontato a Reuters la chef Tomiko Yano: “Siamo specializzati in yakitori, che si abbina perfettamente con la Super Dry. Molti clienti lo dicono, quindi sono un po’ preoccupata per la mancanza”.
Anche catene di convenience store come Lawson, FamilyMart e 7-Eleven segnalano l’impatto e preparano alternative a scaffale. In Borsa, il titolo Asahi ha perso circa il 4%, ai minimi da febbraio. Il quadro, insomma, è quello di una crisi logistica che dal digitale si trasferisce alla quotidianità dei consumi.
Dai birrifici alle fabbriche auto, il ransomware morde la supply chain
Il caso Asahi non è isolato: nel Regno Unito il gruppo Jaguar Land Rover ha subito a settembre un attacco che ha fermato gran parte della produzione per settimane, con effetto domino su fornitori e concessionari.
Secondo le ricostruzioni, l’incidente ha portato alla chiusura di stabilimenti e sistemi IT con impatti stimati nell’ordine delle centinaia di milioni di sterline; la ripresa è stata scaglionata e condizionata dalla necessità di bonificare ambienti fortemente interconnessi.
Analisi di settore parlano di una lezione severa: nelle architetture “tutto connesso” un’infezione in un punto può propagarsi fino a paralizzare l’intero ciclo produttivo.
Marks & Spencer e il retail sotto schiaffo
Sempre quest’anno anche Marks & Spencer ha affrontato un ransomware che ha visto la cifratura dei sistemi e la sottrazione dei dati, con richiesta di riscatto recapitata attraverso un account interno compromesso presso un fornitore.
L’attacco ha generato blocchi ai servizi online, ritardi nelle comunicazioni ai clienti e un danno economico stimato fino a centinaia di milioni di sterline, mentre un’altra grande insegna, il Co-op, è stata oggetto di un tentativo simile, che però è stato contenuto più rapidamente.
Il filo rosso di tutti questi episodi è la vulnerabilità della filiera: terze parti, logistica, pagamenti, e-commerce. Quando salta un anello, l’onda d’urto investe tutto il retail.


