Gli ospedali sono sempre più nel mirino delle bande di ransomware, e ogni errore può costare caro, non solo in termini economici ma soprattutto in vite umane.
Le strutture sanitarie, già messe a dura prova da bilanci esigui e infrastrutture informatiche fragili, si trovano spesso in grave svantaggio di fronte a questi attacchi, che minacciano di bloccare cure essenziali o di esporre informazioni sensibili sui pazienti.
Una simulazione a Las Vegas ha rivelato la fragilità del sistema e le scelte difficili che i dirigenti sanitari potrebbero dover affrontare.
L’esercitazione di Las Vegas: “Operazione 911”
Il fenomeno non è nuovo ma la sua crescita esponenziale sta mettendo sotto pressione ospedali di tutto il mondo. Secondo un rapporto di Semperis, azienda specializzata in cybersicurezza, l’85% delle organizzazioni sanitarie ha subito attacchi ransomware nell’ultimo anno.
Il problema è che, a differenza di altri settori, gli ospedali non possono semplicemente spegnere i loro sistemi per arginare un attacco. Bloccare i computer significa interrompere cure mediche critiche e, in alcuni casi, mettere a rischio la vita dei pazienti.
Proprio per simulare uno scenario di attacco e testare le reazioni, Semperis ha organizzato una simulazione di ransomware durante la conferenza di sicurezza informatica Black Hat a Las Vegas. Denominata “Operazione 911“, l’esercitazione ha riunito esperti di cybersicurezza, operatori sanitari e forze dell’ordine per simulare l’attacco a un ospedale della città.
In una stanza dell’hotel Mandalay Bay, un gruppo di esperti ha giocato il ruolo del “team blu”, incaricato di difendere l’ospedale. La sfida? Un account di un fornitore IT sospettato di attività irregolari stava esfiltrando grandi quantità di dati a orari insoliti.
Il team ha agito seguendo le classiche procedure: isolamento dei sistemi infetti, richiesta d’intervento dell’FBI e avvio di negoziati con gli hacker per guadagnare tempo. Ma l’ostacolo principale è stato chiaro fin da subito: non potevano semplicemente spegnere tutto, come farebbero altre infrastrutture critiche. La vita dei pazienti era in gioco.
Gli attaccanti: il “team rosso” degli hacker
In una stanza adiacente, il “team rosso”, composto da ex hacker, poliziotti e esperti di cybersicurezza, rappresentava la banda criminale. Il loro obiettivo? Rimanere inosservati il più a lungo possibile, estraendo dati finanziari e informazioni sui pazienti, con l’intento di massimizzare il riscatto richiesto all’ospedale.
Gli hacker simulati sono stati metodici: hanno rubato password degli amministratori per fingersi utenti legittimi e duplicato tutti i dati sottratti per ritardare l’identificazione dell’attacco. Una volta pronti a colpire, hanno pianificato di contattare giornalisti locali per aumentare la pressione pubblica sull’ospedale, rendendo ancora più difficile la situazione.
“È totalmente asimmetrico, è davvero doloroso per gli ospedali”, ha ammesso uno dei membri del team rosso. In effetti, una volta che un hacker malintenzionato penetra nei sistemi di un ospedale, è estremamente difficile per la struttura uscirne vittoriosa.
Ransomware: una minaccia crescente
L’esercitazione di Las Vegas ha messo in luce la verità: la preparazione a questo tipo di attacchi è spesso inadeguata, e la gestione di un’emergenza ransomware può diventare caotica nel giro di pochi minuti. “Le persone hanno ancora lacune nella comprensione di come si presenta un incidente reale”, ha dichiarato Mickey Bresman, CEO di Semperis.
La soluzione? Bresman raccomanda che tutti i dirigenti sanitari si preparino con esercitazioni specifiche, simili a quelle organizzate a Las Vegas. Perdere tempo o non avere un piano chiaro di risposta potrebbe avere conseguenze devastanti.
In un settore dove la vita dei pazienti è appesa a un filo, gli ospedali non possono permettersi di essere impreparati. Non si tratta solo di difendere i propri sistemi informatici ma di proteggere le persone che vi fanno affidamento.


