Anche Apple finisce sotto accusa: libri piratati per addestrare l’IA

by | 8 Set 2025 | Legal

Illustrazione: chatgpt
Tempo di lettura: 3 minuti

C’è un vecchio detto nel giornalismo che grosso modo recita: non sei un vero cronista finché non ricevi una querela.

Con un pizzico d’ironia, potremmo adattarlo al mondo dell’intelligenza artificiale: non sei un vero colosso dell’IA finché non ti portano in tribunale per aver usato materiale protetto da copyright.

Dopo Microsoft, Meta e OpenAI, ora anche Apple si trova a dover fronteggiare una causa che la accusa di aver addestrato i suoi modelli linguistici sfruttando libri piratati senza consenso degli autori.

La causa contro Cupertino

L’azione legale è stata avviata in California dagli scrittori Grady Hendrix e Jennifer Roberson, che accusano Apple di aver copiato le loro opere senza permesso e senza alcuna forma di compenso. Nella denuncia depositata, i due autori sostengono che i loro libri siano finiti all’interno di un dataset pirata utilizzato per addestrare gli OpenELM, i grandi modelli linguistici sviluppati dall’azienda di Cupertino.

Il testo della causa è diretto e non lascia spazio a fraintendimenti: «Apple non ha mai tentato di pagare questi autori per il loro contributo a un’impresa potenzialmente redditizia».

Una frase che evidenzia la tensione di fondo tra il valore delle opere letterarie e l’uso massiccio che ne fanno i sistemi di intelligenza artificiale generativa, senza che agli autori venga riconosciuto alcun diritto.

La vicenda di Apple s’inserisce in un contesto più ampio, quello di una vera e propria ondata di azioni legali che negli ultimi mesi ha travolto i big della Silicon Valley.

Microsoft è già finita nel mirino di un gruppo di scrittori per il presunto utilizzo non autorizzato dei loro libri nell’addestramento di Megatron, il suo modello linguistico. Anche Meta e OpenAI, sostenuta dalla stessa Microsoft, sono state accusate di comportamenti simili, con diverse cause in corso per violazione del copyright.

Il caso più eclatante, però, riguarda Anthropic, la startup che ha sviluppato Claude. Lo scorso venerdì l’azienda ha annunciato di aver raggiunto un accordo extragiudiziale da 1,5 miliardi di dollari con un gruppo di autori che l’aveva denunciata per aver utilizzato i loro testi senza consenso.

Pur senza ammettere alcuna responsabilità, Anthropic ha accettato di pagare quello che gli avvocati delle controparti hanno definito «il più grande risarcimento per violazione del copyright mai reso pubblico nella storia».

Copyright, il nervo scoperto dell’IA

Il cuore della questione non riguarda soltanto Apple ma l’intero settore dell’intelligenza artificiale.

I modelli linguistici di grandi dimensioni hanno bisogno di enormi quantità di dati testuali per funzionare e, in molti casi, le aziende si sono affidate a corpus di testi disponibili online, senza distinguere tra materiali liberi da diritti e opere protette da copyright.

È qui che è nato il conflitto: gli scrittori rivendicano la paternità delle loro opere e chiedono di essere compensati, mentre le aziende difendono l’idea che l’uso di quei testi sia coperto dal principio del “fair use”, ossia un utilizzo legittimo a fini trasformativi.

Il problema, tuttavia, è che il confine tra uso legittimo e violazione è ancora nebuloso. Non esiste una giurisprudenza consolidata sull’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale, e i tribunali americani stanno diventando il campo di battaglia in cui si deciderà il futuro delle regole in materia.

Per le Big Tech, il rischio non è solo economico ma anche reputazionale: presentarsi come pionieri del futuro mentre si viene accusati di saccheggiare la creatività altrui, non è certo una strategia d’immagine vincente.

La compagnia ‘scomoda’ di Apple

Apple, quindi, non è sola. La sua presenza in questa lista di aziende querelate dimostra che la questione è sistemica e non episodica. Non si tratta più di stabilire se un singolo player abbia agito male ma di capire se l’intero modello di sviluppo dell’IA generativa poggi su basi fragili dal punto di vista del diritto d’autore.

In questo scenario, il fatto che Cupertino finisca sotto accusa ha un valore simbolico particolare. L’azienda che da sempre rivendica il rispetto per la creatività e per l’ecosistema degli sviluppatori, si trova ora a dover difendersi dall’accusa di aver fatto esattamente il contrario: utilizzare senza permesso le opere di chi con la scrittura costruisce la propria carriera.

Non è un caso che gli autori abbiano scelto di puntare il dito proprio contro i modelli OpenELM: l’idea che un dataset pirata sia stato impiegato per addestrarli mette Apple in una posizione scomoda, lontana dall’immagine patinata e attenta alla proprietà intellettuale che ha sempre cercato di trasmettere.

Un settore sotto processo

Se c’è un filo rosso che unisce Microsoft, Meta, OpenAI, Anthropic e ora Apple, è allora la crescente consapevolezza che l’industria dell’IA non potrà andare avanti senza chiarire il nodo del copyright.

La creatività umana, che si tratti di un romanzo o di un articolo di giornale, non può essere ridotta a mero carburante gratuito per macchine che generano profitti miliardari.

E così, tornando all’ironia iniziale, potremmo dire che la vera cartina di tornasole del successo di una società di intelligenza artificiale non è la velocità con cui lancia nuovi modelli, ma il numero di querele che si trova a dover affrontare lungo la strada.

E in questo senso, Apple ha appena fatto il suo ingresso ufficiale nel club.

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