La settimana di Anthropic si è aperta con una valutazione record da 183 miliardi di dollari ma si è chiusa in modo decisamente più movimentato.
La società californiana, sviluppatrice dei modelli Claude, ha infatti accettato di versare 1,5 miliardi di dollari per chiudere una class action intentata da un gruppo di scrittori americani. I quali l’accusavano di aver utilizzato i loro libri piratati per addestrare l’intelligenza artificiale senza autorizzazione.
Il fondo di risarcimento è stato calcolato in 3.000 dollari per ciascuno dei 500.000 volumi scaricati, e potrà crescere se emergeranno nuove opere coinvolte.
Si tratta del più grande rimborso mai ottenuto per violazioni del copyright e del primo accordo di questa portata nell’era dell’IA generativa. Un precedente storico che potrebbe pesare sulle cause in corso contro altre big tech come OpenAI, Microsoft e Meta, accusate a loro volta di aver sfruttato materiale protetto per addestrare i loro modelli.
Sebbene Anthropic non abbia ammesso responsabilità, il giudice ha riconosciuto che l’utilizzo di libri legalmente acquistati per addestrare i modelli Claude rientra nel principio di fair use, grazie al carattere trasformativo dell’IA. Diverso invece il caso delle oltre 7 milioni di copie piratate accumulate in una ‘libreria centrale’: su questo punto Alsup ha parlato apertamente di violazione dei diritti d’autore.
Nell’ambito dell’accordo, Anthropic si è dunque impegnata a distruggere quei volumi, pur continuando a presentarsi come impegnata nello sviluppo di sistemi ‘sicuri e responsabili’.”
Il giro di vite di Anthropic sugli accessi cinesi
Se la questione legale ha riportato l’attenzione sull’uso creativo dell’altrui operato, la seconda decisione di Anthropic ha aperto in queste ore un fronte ancora più delicato: quello geopolitico.
La società ha infatti annunciato che bloccherà l’accesso ai propri modelli Claude a tutte le entità controllate da aziende con sede in Cina, ovunque si trovino. Non solo quindi Pechino e Hong Kong, già esclusi in precedenza, ma anche le numerose filiali create in hub come Singapore proprio per aggirare i divieti.
La motivazione è chiara: secondo Anthropic, le aziende soggette a regimi autoritari “affrontano obblighi legali che possono costringerle a condividere dati, collaborare con i servizi di intelligence o intraprendere azioni che creano rischi per la sicurezza nazionale”.
Una presa di posizione che rientra nel clima di crescente contrapposizione tecnologica tra Washington e Pechino, con gli Stati Uniti sempre più attenti a contenere la diffusione di tecnologie avanzate verso la Cina.
Panico tra sviluppatori (e occasione per i rivali)
La decisione ha avuto conseguenze immediate nel mondo degli sviluppatori. Trae, l’editor di codice di ByteDance, azienda con base a Singapore, utilizza i modelli di Anthropic e di OpenAI per offrire servizi di programmazione agli utenti internazionali.
Dopo l’annuncio delle nuove restrizioni, diversi sviluppatori hanno iniziato a chiedere rimborsi temendo di perdere l’accesso a Claude. Al momento l’azienda ha rassicurato che il servizio resta disponibile ma il clima di incertezza rimane alto.
Lo stesso vale per altri colossi cinesi come Alibaba, che con Qoder integra Claude nei suoi strumenti, e Tencent, che sta testando CodeBuddy in versione beta. Tutti prodotti che rischiano ora di trovarsi privati di uno degli asset più apprezzati dai programmatori.
In questo scenario di confusione, alcuni concorrenti hanno deciso di muoversi rapidamente. Z.ai, la start-up cinese precedentemente nota come Zhipu AI, ha prontamente annunciato offerte speciali per gli sviluppatori che usavano le API di Claude, invitandoli a migrare verso i propri modelli.
Un segnale che il vuoto lasciato da Anthropic rischia di trasformarsi in un’opportunità per il nascente ecosistema cinese dell’IA.
Il rischio boomerang della tech war
La mossa di Anthropic si inserisce in un quadro più ampio, dove le restrizioni statunitensi sull’export di chip avanzati di Nvidia e AMD hanno già stimolato una corsa cinese all’autosufficienza tecnologica.
Se da un lato Washington e le aziende americane cercano di proteggere i propri asset strategici, dall’altro queste stesse misure stanno aguzzando l’ingegno di Pechino, accelerando lo sviluppo domestico sia sul fronte hardware sia su quello dei modelli.
Il risultato è un’IA globale sempre più divisa in blocchi, con un mercato cinese che impara a fare a meno delle tecnologie americane e startup di intelligenza artificiale cinesi ai pronte a colmare ogni lasciato dalla tech war americana.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: la ritirata dal mercato cinese degli Stati Uniti non rischierà di trasformarsi, col tempo, in un clamoroso boomerang? Ai posteri l’ardua sentenza…


