L’industria dell’intelligenza artificiale statunitense sta vivendo uno dei momenti più delicati della sua storia recente.
Una causa collettiva per violazione di copyright contro Anthropic, oggi considerata tra i player più promettenti del settore, è stata infatti certificata come la più grande mai approvata nell’ambito di diritto d’autore.
Il numero potenziale di aderenti sfiora i 7 milioni, e le associazioni di categoria avvertono che un contenzioso di questo tipo rischia di “rovinare finanziariamente” non solo Anthropic ma l’intero ecosistema dell’IA generativa.
Pressioni senza precedenti
Il caso nasce dalla denuncia di tre autori, che hanno accusato Anthropic di aver utilizzato le loro opere (e potenzialmente milioni di altre), per addestrare i propri modelli senza autorizzazione.
Il giudice distrettuale William Alsup ha certificato la class action con tempi che l’accusato definisce “a velocità warp”, aprendo la porta a richieste di risarcimento che, in teoria, potrebbero toccare “centinaia di miliardi di dollari”.
Con una sanzione massima di 150.000 dollari per ciascuna opera e un processo previsto tra quattro mesi, la pressione per trovare un accordo extragiudiziale è enorme.
Anthropic sostiene che l’entità potenziale dei danni potrebbe costringerla a rinunciare a difese legali valide e a chiudere con un patteggiamento. Una scelta che, secondo la società, creerebbe un precedente allarmante per tutte le aziende di IA generativa, già nel mirino di numerosi contenziosi simili.
Anthropic accusa problemi di “certificazione”
La società contesta soprattutto il modo in cui la class action è stata “certificata” dal giudice.
Negli Stati Uniti, una class action non può partire senza l’approvazione formale del tribunale, che deve stabilire se il gruppo di ricorrenti ha caratteristiche comuni tali da giustificare un’azione collettiva.
Ebbene,secondo Anthropic e i suoi avvocati, in questo caso il giudice non avrebbe fatto una “analisi rigorosa” per verificare chi rientri davvero nella classe. Non avrebbe cioè approfondito quali opere siano coinvolte, chi ne detenga i diritti, che tipo di licenze esistano, né se tutti i titolari siano effettivamente d’accordo a unirsi alla causa.
Il risultato, sostengono, è una “classe” potenzialmente composta da milioni di casi molto diversi tra loro, comprese opere orfane, diritti frammentati, autori deceduti ed editori falliti. I quali non possono essere trattati come un’unica questione legale.
Per Anthropic, insomma, basarsi su una certificazione così ampia e veloce significa esporsi a rischi enormi senza nemmeno sapere con precisione chi abbia diritto a un eventuale risarcimento.
Le criticità legate alla titolarità delle opere
A sostenerla ci sono giganti dell’associazionismo tecnologico come la Consumer Technology Association e la Computer and Communications Industry Association, che avvertono: “L’erronea certificazione della class action minaccia danni enormi non solo a una singola azienda di IA, ma all’intero settore nascente e alla competitività tecnologica globale degli Stati Uniti”.
La loro tesi è che permettere azioni collettive di questo tipo renderà impossibile risolvere in modo chiaro le questioni di copyright e incoraggerà ricorrenti “rinfrancati” a imporre accordi milionari, frenando investimenti e innovazione.
Il fronte di sostegno ad Anthropic è però più ampio delle sole associazioni di categoria. Alcuni gruppi che rappresentano autori e biblioteche (tra cui Authors Alliance, Electronic Frontier Foundation, American Library Association, Association of Research Libraries e Public Knowledge), hanno segnalato problematiche che potrebbero emergere all’interno della stessa classe di ricorrenti.
In particolare, evidenziano come in un caso di questa portata sia tutt’altro che semplice stabilire chi sia il reale titolare dei diritti di ciascuna opera. La complessità aumenta nel caso di opere orfane, per cui è impossibile identificare i titolari, oppure quando gli autori sono deceduti e i diritti letterari sono frazionati tra più eredi.
Situazioni simili potrebbero moltiplicarsi se si considerano editori ormai defunti o opere di cui un soggetto possiede solo una parte, come un capitolo o inserti in testi accademici. Secondo questi gruppi, il giudice Alsup non avrebbe svolto un’analisi adeguata su questi aspetti.
La questione si complica ulteriormente se si considera il costo e la complessità della notifica ai potenziali ricorrenti. Nel precedente del caso Google Books, per esempio, Google spese 34,5 milioni di dollari per creare un “Books Rights Registry” allo scopo di identificare i titolari dei diritti e gestire i pagamenti dell’accordo.
Qui, il tribunale ha proposto che siano gli stessi membri della classe a notificare altri potenziali titolari, un approccio che gli avvocati degli autori considerano impraticabile.
Un bivio per il futuro della GenAI
Al di là delle dispute legali, il cuore della questione tocca la legittimità stessa dell’uso di opere protette da copyright nell’addestramento dell’IA.
Per i sostenitori di Anthropic, una decisione affrettata come quella di Alsup rappresenta una “campana a morto” che rischia di impedire un dibattito giuridico approfondito su un tema cruciale per milioni di autori, editori e sviluppatori di IA.
Il caso, a detta di molti, ha un’importanza eccezionale, in quanto affronta la legalità dell’uso di opere protette in una tecnologia trasformativa che oggi è già utilizzata da centinaia di milioni di ricercatori, autori e altri.
La corte d’appello, chiamata a valutare la richiesta di sospensione della certificazione, non dovrà allora pronunciarsi solamente su un procedimento specifico, ma forse decidere quale sarà l’equilibrio tra tutela del diritto d’autore e sviluppo dell’IA generativa negli Stati Uniti.


