La Cina impone almeno il 50% di chip nazionali nei suoi data center

by | 18 Ago 2025 | IA, Politica, Tech War

Tempo di lettura: 3 minuti

La Cina ha deciso di imprimere una nuova accelerazione alla sua strategia di autonomia tecnologica, imponendo ai data center pubblici di utilizzare almeno il 50% di chip domestici.

È una mossa che si inserisce nella lunga guerra tecnologica con gli Stati Uniti e che punta a ridurre la dipendenza dai semiconduttori avanzati di Nvidia, sempre più difficili da reperire a causa delle restrizioni all’export decise da Washington.

Tutto è iniziato nel marzo 2023, quando il comune di Shanghai ha pubblicato delle linee guida che chiedevano ai centri di calcolo intelligente della città di adottare “oltre il 50% di chip di calcolo e archiviazione domestici entro il 2025”.

Quella che sembrava un’iniziativa locale, legata al ruolo della città come hub finanziario e tecnologico, è stata quindi adottata dal governo centrale.

L’obiettivo dichiarato è di sostenere l’industria nazionale dei semiconduttori e al tempo stesso garantire risorse di calcolo adeguate per l’intelligenza artificiale, settore in cui la Cina ambisce a conquistare la leadership globale.

La pressione degli Stati Uniti

La decisione va letta anche come risposta diretta alle mosse statunitensi. Negli ultimi due anni Washington ha imposto controlli sempre più rigidi all’esportazione verso la Cina di chip di fascia alta, come gli H100 e H800 di Nvidia, indispensabili per l’addestramento dei modelli di IA generativa.

A questi si è aggiunta la vicenda degli H20: i chip sono stati inizialmente bloccati dal governo USA, per poi ricevere un via libera alla vendita in Cina dopo una breve sospensione. Pechino, però, ha subito insinuato il dubbio che gli H20 possano rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale, accusa che Nvidia ha seccamente respinto.

La crescente incertezza sull’affidabilità dei fornitori stranieri ha così spinto il governo cinese a rafforzare ulteriormente la linea del “fare da soli”.

Le sfide di compatibilità software

Se sul piano politico la scelta di Pechino è chiara, sul piano tecnico la strada appare più difficile.

La maggior parte dei modelli di IA cinesi è stata sviluppata negli anni sfruttando CUDA, l’ecosistema software proprietario di Nvidia, che integra perfettamente hardware e strumenti di sviluppo. Passare a chip alternativi, come gli Ascend, significa dover tradurre e adattare i modelli a un altro ambiente, ossia quello di Huawei, chiamato CANN (Compute Architecture for Neural Networks).

Il problema non è di poco conto: ogni ecosistema ha librerie, tool e ottimizzazioni specifiche, e un modello costruito in CUDA non può girare senza modifiche su CANN.

Questo processo di “porting” richiede ingegneri altamente specializzati e tempi lunghi, e spiega perché i data center che mescolano chip stranieri e nazionali si trovino spesso ad affrontare problemi di adattamento.

Non a caso, mentre i chip cinesi vengono considerati “utilizzabili” per l’inferenza, cioè per far funzionare modelli già addestrati, quando si tratta di addestrarne di nuovi la preferenza rimane ancora nettamente per Nvidia.

SiliconFlow e Huawei cercano la via cinese

Ciononostante, alcuni segnali di svolta arrivano dal settore privato. SiliconFlow, una giovane società con sede a Pechino, ha collaborato con Huawei per ottimizzare le prestazioni dei modelli R1 sviluppati da DeepSeek.

Grazie all’architettura Cloud Matrix 384 di Huawei e ai chip Ascend, i ricercatori hanno dimostrato che in alcuni casi le loro soluzioni potevano risultare addirittura più efficienti degli H800 di Nvidia. I risultati di questa sperimentazione sono stati resi pubblici lo scorso giugno e hanno fatto molto discutere.

Un altro esempio arriva da iFlytek, società sanzionata dagli Stati Uniti, che ha annunciato di utilizzare i chip di Huawei per l’addestramento dei propri modelli di intelligenza artificiale. Si tratta di casi isolati, ma che evidenziano come in Cina stia prendendo forma un ecosistema alternativo, anche se ancora acerbo e limitato rispetto al dominio di Nvidia.

La Cina e la corsa ai data center

A sostenere questo processo c’è la costruzione frenetica di nuovi centri di calcolo. Tra il 2023 e il 2024 in Cina sono stati annunciati oltre 500 progetti di data center, distribuiti su tutto il territorio, dalla Mongolia Interna al Guangdong.

Sono le nuove “fabbriche del calcolo”, destinate a fornire la potenza di elaborazione necessaria a un’industria che cresce a ritmi vertiginosi. Fabbriche che, come abbiamo scritto, sono già così numerose da essere spesso sotto utilizzate.

Non si tratta però solo di moltiplicare le infrastrutture: i cosiddetti centri di calcolo intelligente nascono infatti con l’obiettivo di mettere in comune le loro risorse, aggregando capacità che possono essere utilizzate in modo condiviso da università, startup e grandi aziende dell’IA.

Una strategia che mira a garantire non solo più potenza ma anche una distribuzione più efficiente dell’accesso al calcolo in un Paese dove la domanda cresce più velocemente dell’offerta.

Con la consapevolezza che chi controllerà i chip e i data center, controllerà anche la capacità di competere in uno dei settori più strategici del XXI secolo.

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