L’Europa è sempre stata fiera di essere il baluardo mondiale della privacy, guidando la rivoluzione con il GDPR. Oggi, però, i segnali che arrivano dal Nord suonano come una brusca inversione di marcia, trasformando il Vecchio Continente nell’avanguardia della sorveglianza.
Il punto più caldo del dibattito si è spostato nelle capitali europee, dove le nuove proposte legislative minacciano di porre fine a due pilastri della libertà digitale: l’anonimato e la crittografia end-to-end. E il rischio è che l’eccesso di zelo normativo, nato per motivi legittimi, finisca per ledere le libertà digitali fondamentali.
L’assedio danese alle VPN
Il governo danese ha acceso il fuoco della critica con un nuovo disegno di legge che va ben oltre la semplice lotta alla pirateria.
La proposta, avanzata dal Ministero della Cultura, mira infatti a rendere illegale l’uso delle VPN (Virtual Private Network) per accedere a contenuti in streaming soggetti a restrizioni geografiche (geoblocco) o per superare i blocchi imposti sui siti web illegali.
Il bersaglio nominale è l’utente che guarda un film sul Netflix americano da Copenaghen, ma i critici vedono una minaccia molto più vasta. Tant’è che Jesper Lund, presidente della IT Political Association, ha immediatamente condannato il linguaggio ambiguo della proposta, definendola una legge con una “sensazione totalitaria”.
Lund avverte che il testo, nella sua attuale formulazione, rischia di criminalizzare non solo lo streaming ma di paralizzare l’uso legittimo delle VPN in tutto il Paese, potenzialmente andando oltre le misure di controllo viste in stati più autoritari.
La preoccupazione nasce dal fatto che le VPN non sono unicamente uno strumento per eludere il copyright ma rappresentano uno strumento per la sicurezza informatica legale.
Sono essenziali ad esempio per le aziende e i professionisti, che le usano per garantire l’accesso remoto sicuro alle reti aziendali, proteggendo i dati sensibili. Inoltre, le VPN sono fondamentali per proteggere la libertà di stampa, consentendo a giornalisti e whistleblower di comunicare in modo crittografato e di tutelare le proprie fonti.
Criminalizzarle, anche se con l’obiettivo mirato di colpire la pirateria, colpisce indiscriminatamente la sicurezza e l’anonimato di utenti e aziende che le utilizzano in modo etico e legalmente necessario.
Se la privacy non è più un diritto…
La stretta danese sulle VPN non è un evento isolato, ma si inserisce in un contesto che spinge verso il controllo totale delle comunicazioni digitali.
La Danimarca, infatti, è stata una delle voci più forti nel rilanciare in sede UE il controverso progetto “Chat Control”, la proposta di regolamento volta a scansionare i messaggi privati alla ricerca di materiale illecito.
È in tale contesto che è arrivata la dichiarazione più allarmante, direttamente dal Ministro della Giustizia danese, Peter Hummelgaard, che sul suo account X ha attaccato la percezione comune del diritto alla privacy, scrivendo:
“Dobbiamo rompere con l’idea completamente sbagliata che sia una libertà civile comunicare sui servizi crittografati.”
Questa affermazione è stata percepita dai difensori dei diritti digitali come l’esplicitazione della filosofia di base che guida il nuovo modello di sicurezza europeo: sacrificare la privacy in nome della legalità.
Hummelgaard in compagnia di Starmer
Il fenomeno trova purtroppo sponda anche dall’altro lato della Manica, dove l’intrusività dello stato nella privacy dei cittadini è stata recentemente protagonista di scontri diretti con le Big Tech.
A dimostrarlo è stato il lungo braccio di ferro tra Londra e Apple, un conflitto che ha visto il governo britannico di Keir Starmer emettere un ordine segreto (sotto il contestato Investigatory Powers Act) per costringere il colosso di Cupertino a creare una “backdoor” nei suoi servizi cloud crittografati, come iCloud.
La richiesta, mirata a disattivare l’Advanced Data Protection, era un attacco frontale alla crittografia end-to-end e all’anonimato globale, sventato grazie all’intervento diretto di Washington.
In questo clima di sfiducia e sorveglianza, non stupisce che anche la successiva introduzione dell’Online Safety Act (OSA), che impone rigidi controlli di età, spesso intrusivi, su molte piattaforme (non solo quelle pornografiche), abbia scatenato una reazione immediata.
Milioni di utenti sono corsi a scaricare le VPN, trasformando lo strumento nel rifugio per esercitare il diritto di accedere a contenuti online senza dover consegnare i propri dati biometrici o finanziari a terze parti.
La reazione della politica britannica a questa fuga non si è fatta attendere e ora si sta discutendo apertamente di considerare le VPN stesse come un servizio soggetto a controllo dell’età.
In questo modo, chiudendo di fatto ogni scappatoia e confermando la volontà europea di colpire l’utente finale su tutti i fronti, dalla messaggistica cifrata alla navigazione anonima.
L’Europa è ancora liberale?
La vera minaccia di queste legislazioni risiede nel loro impatto sulla privacy, un fattore che viene sacrificato sull’altare di securitarie ambizioni di controllo.
Le reti private non servono solo a eludere i blocchi o la pirateria; sono strumenti vitali per giornalisti, dissidenti, aziende e cittadini comuni che cercano sicurezza e anonimato su reti pubbliche e in regimi repressivi.
E le chat personali, come quelle di WhatsApp o Messenger, non sono solo ricettacoli di pedopornografi e criminali informatici. Al contrario, sono il mezzo di comunicazione quotidiano che unisce il 99% di amici, familiari e colleghi.
L’escalation legislativa europea, dal tentativo di criminalizzare le VPN in Danimarca alla volontà di scansionare le chat in tutta l’UE, passando per l’intrusività dell’OSA nel Regno Unito, dà purtroppo adito alle critiche che in queste settimane ci sono giunte da oltreoceano.
I critici statunitensi imputano all’Europa di stare sacrificando le libertà digitali dei suoi cittadini, e il continuo operato dei nostri legislatori per ottenere un controllo crescente sulla rete, rende purtroppo sempre più difficile negare queste accuse.
Fonte: TechRadar


