Privacy: dietrofront degli UK con Apple dopo l’intervento di Washington

by | 19 Ago 2025 | Politica, Tecnologia

Lo sconcerto del Primo Ministro del Regno Unito, Keir Starmer, immaginato da ChatGPT.
Tempo di lettura: 3 minuti

Per mesi il governo britannico ha portato avanti una battaglia contro Apple, chiedendo di fatto una chiave universale per accedere ai dati crittografati degli utenti di iCloud.

Non un singolo caso giudiziario, non un’indagine circoscritta, ma un ordine sottobanco che obbligava l’azienda di Cupertino a garantire accesso indiscriminato a tutti i contenuti caricati nel cloud da qualunque utente nel mondo.

La direttiva, emessa a gennaio e nascosta dietro il paravento dell’Investigatory Powers Act del 2016, rappresentava un salto di qualità nelle pressioni dei governi sulla privacy.

Il coinvolgimento degli Stati Uniti

La legge, conosciuta dai critici come “Snoopers’ Charter” (la carta delle spie, ndR), è uno dei testi più contestati in Europa. Concede infatti alle autorità britanniche poteri amplissimi di sorveglianza, fino a trasformare in reato penale persino il semplice atto di rivelare che una richiesta di accesso ai dati sia stata inoltrata.

È in questo quadro di estrema segretezza che Apple si è trovata costretta a combattere una battaglia che, sulla carta, non doveva neanche dichiarare essere in corso. Ma alla fine la notizia è trapelata, tant’è che ne abbiamo scritto in un paio di occasioni.

La svolta è arrivata in queste ore con l’intervento diretto di Washington. La direttrice della National Intelligence, Tulsi Gabbard, ha infatti annunciato ieri sera che Londra ha deciso di ritirare la propria richiesta.

“Il Regno Unito ha accettato di abbandonare il mandato che avrebbe consentito l’accesso ai dati crittografati e protetti dei cittadini americani, intaccando le nostre libertà civili”, ha dichiarato in un post su X.

Dietro le quinte, stando al Washington Post, il negoziato avrebbe coinvolto anche il presidente Donald Trump e il vicepresidente JD Vance, oltre a partner governativi britannici. I termini esatti dell’intesa non sono stati resi pubblici ma il risultato è chiaro: la backdoor richiesta da Londra non vedrà la luce.

La decisione ha avuto il sostegno di parlamentari americani di entrambi i partiti, che avevano espresso preoccupazione per il rischio che l’ordine colpisse anche gli utenti statunitensi. L’episodio ha reso evidente quanto sia complesso il bilanciamento tra privacy e poteri investigativi, soprattutto quando i dati non conoscono confini e i servizi digitali sono globali.

La politica sotterranea di Londra

La gestione dell’intera vicenda da parte del governo britannico ha mostrato tratti improntati a una riservatezza estrema.

Lo dimostra il fatto che perfino l’udienza del marzo scorso davanti all’Investigatory Powers Tribunal si era svolta a porte chiuse, con una richiesta poi respinta del governo di mantenere privati anche i dettagli minimi del caso.

Questo approccio ha rafforzato le critiche alla Snoopers’ Charter, accusata non solo di concedere poteri sproporzionati alle autorità di sicurezza ma anche di instaurare un regime di segretezza incompatibile con la trasparenza democratica.

Il caso Apple ha così acceso i riflettori su una legge che, in nome della lotta al terrorismo e al crimine organizzato, si è trasformata in uno strumento capace di mettere in discussione diritti fondamentali. E conferma come la privacy dei dati non sia solo una questione tecnica ma un terreno di scontro politico e diplomatico.

Il silenzio dell’Europa

La decisione di Londra di ritirare la richiesta non chiude il dibattito ma segna un precedente importante. Mostra che la pressione congiunta di un colosso tecnologico, di Washington e dell’opinione pubblica può frenare anche le leggi più invasive.

Resta però un punto, a nostro avviso: il Ministero dell’Interno britannico ha fatto sapere di non poter né confermare né smentire l’esistenza della vicenda, ma ha sottolineato che gli accordi di cooperazione su sicurezza e intelligence tra Regno Unito e Stati Uniti prevedono “tutele per garantire la privacy e la sovranità”, come il Data Access Agreement, che include clausole specifiche per evitare che i due Paesi possano prendere di mira i dati dei cittadini reciproci.

Ed è proprio qui che nasce l’interrogativo più scomodo: se Londra fosse riuscita a imporre davvero quella backdoor ad Apple, non sarebbero stati a rischio soltanto i cittadini britannici o americani, ma anche milioni di utenti in tutto il mondo, europei compresi. La richiesta non distingueva infatti tra nazionalità o residenza: avrebbe spalancato una finestra sui dati di chiunque, anche di noi italiani.

Che Stati Uniti e Regno Unito abbiano interessi convergenti non è certo una novità: è dai tempi dell’indipendenza americana che le due sponde dell’Atlantico si muovono a braccetto. Ma proprio per questo colpisce il silenzio dell’Europa, Italia compresa, che di fronte a un precedente tanto delicato avrebbero avuto tutto l’interesse a far sentire la propria voce.

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