Se ne sta parlando molto in questi giorni ma a Bruxelles si discute da oltre due anni di un regolamento che potrebbe cambiare per sempre il modo in cui comunichiamo online.
È il cosiddetto Chat Control, nato con un nome ufficiale molto più tecnico (Regulation to Prevent and Combat Child Sexual Abuse) ma passato al dibattito pubblico con un’etichetta che suona molto più inquietante: il controllo delle chat.
La proposta è stata messa sul tavolo nel maggio 2022 dall’allora commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare gli strumenti per combattere gli abusi sessuali sui minori, compreso il materiale pedopornografico che continua a circolare sulle piattaforme digitali.
Un tema che nessuno vuole sottovalutare, e che spiega perché il progetto non sia stato semplicemente accantonato. Ma il modo scelto per affrontarlo rischia di introdurre una forma di sorveglianza mai vista prima nell’Unione Europea, e questo spiega le resistenze crescenti.
La tecnologia al centro del conflitto
Il cuore della proposta è semplice e sinistramente simile a quanto ha provato a fare il governo inglese con Apple. Ossia obbligare i provider di messaggistica e i servizi online a verificare immagini, video e link che passano sui loro sistemi per identificare contenuti sospetti. Non solo materiale già noto, riconoscibile tramite hash, ma anche quello potenzialmente nuovo, con sistemi di intelligenza artificiale.
Per riuscirci, però, la scansione deve avvenire prima della crittografia end-to-end, direttamente sui dispositivi degli utenti: è la logica del client-side scanning. Ed è qui che si apre il conflitto. La crittografia end-to-end è infatti considerata una delle più solide garanzie di privacy oggi disponibili. Se i messaggi possono essere analizzati prima di essere cifrati, significa che la protezione assoluta promessa da WhatsApp, Signal o iMessage verrebbe intaccata alla radice.
Non solo: qualsiasi porta di accesso aperta per la scansione potrebbe trasformarsi in una vulnerabilità sfruttabile da hacker o governi autoritari. Da qui la denuncia di molte organizzazioni per i diritti digitali, secondo cui il regolamento minaccia di compromettere la sicurezza di tutti in nome di una sorveglianza preventiva.
La spaccatura politica tra gli stati membri
Sul piano politico, la partita resta aperta. A settembre 2025 almeno quindici Stati membri dell’Unione (tra cui l’Italia, con però alcune riserve su come vengano gestiti alcuni aspetti tecnici), sostengono il regolamento così com’è. Sei (Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Finlandia, Paesi Bassi e Polonia) si sono schierati contro. Un gruppo ulteriore di sei Paesi, tra cui la Germania, non ha ancora preso una decisione definitiva.
Ed è proprio Berlino a rappresentare il vero ago della bilancia: se scegliesse di opporsi, la maggioranza qualificata necessaria al Consiglio europeo verrebbe meno, bloccando l’intero processo legislativo.
Nel frattempo, le presidenze di turno del Consiglio cercano di trovare un compromesso ma le posizioni restano distanti. Alcune bozze parlano di limitare la scansione solo a determinati contenuti, altre di escludere esplicitamente comunicazioni governative o militari.
Ma la sostanza cambia poco: il cuore del meccanismo rimane la scansione preventiva delle chat ed è questo che alimenta le critiche più dure.
Chat Control e il futuro della privacy digitale in Europa
Lo scenario che si apre nei prossimi mesi è dunque duplice. Se il regolamento passerà nella sua forma attuale, già da questo ottobre potremmo trovarci con un’Europa in cui ogni messaggio viene analizzato da algoritmi prima di essere cifrato, con la promessa di proteggere i minori ma anche con il rischio di trasformare ogni cittadino in un potenziale sorvegliato.
È facile immaginare che in quel caso partirebbero ricorsi alla Corte di giustizia dell’Unione europea e alla Corte europea dei diritti dell’uomo, perché la questione tocca diritti fondamentali come la libertà di comunicazione e la protezione della privacy.
Se invece la Germania o altri indecisi si uniranno al fronte del no, il regolamento rischia di arenarsi, costringendo Bruxelles a ripensare da capo il proprio approccio.
In ogni caso, il dibattito su Chat Control non è una disputa tecnica: è un test politico e culturale che misura quanto siamo disposti a sacrificare della nostra libertà digitale in nome della (presunta?) sicurezza.
Un equilibrio difficile, che rivela quanto la sfida dell’Europa non sia solo combattere il crimine online ma farlo senza rinunciare a quei valori che la definiscono. E che sempre più spesso vediamo messi in discussione.


