Negli ultimi vent’anni Amazon ha cambiato il modo in cui il mondo fa shopping. Ora l’azienda di Jeff Bezos, diventata nel frattempo il secondo datore di lavoro degli Stati Uniti dopo Walmart, si prepara a riscrivere il futuro del lavoro.
Secondo un’inchiesta del New York Times, il gruppo di Seattle starebbe pianificando di sostituire oltre mezzo milione di posti con robot, in un processo che punta a automatizzare il 75% delle sue operazioni logistiche. L’obiettivo, raccontano i documenti interni visionati dal quotidiano, è “appiattire la curva delle assunzioni di Amazon nei prossimi dieci anni”. Tradotto: vendere sempre di più senza assumere più nessuno.
Il risparmio stimato è di circa 30 centesimi su ogni articolo selezionato, imballato e spedito ai clienti. Un margine apparentemente minimo che però, moltiplicato per i miliardi di pacchi che Amazon consegna ogni anno, si traduce in miliardi di dollari.
La pandemia ha accelerato questo processo. L’esplosione dell’e-commerce nel 2020 aveva costretto l’azienda a un’ondata di assunzioni senza precedenti, con una forza lavoro triplicata in pochi anni. Ma la stessa crisi sanitaria ha reso evidente la fragilità di un modello fondato su milioni di lavoratori fisici. Da lì è partita la corsa all’automazione, che ora diventa una strategia strutturale.
Shreveport, il modello del futuro
Il simbolo di questa nuova era è il magazzino di Shreveport, in Louisiana, inaugurato lo scorso anno e definito da Amazon “il centro di smistamento più avanzato mai costruito”. Qui i prodotti, una volta imballati, vengono toccati a malapena da mani umane. Mille robot si muovono come un esercito silenzioso, orchestrati da un sistema di algoritmi che coordina ogni movimento con precisione millimetrica.
Secondo i documenti interni, l’automazione ha già permesso di ridurre di un quarto la forza lavoro rispetto al modello tradizionale. E nel 2025, quando saranno introdotte nuove macchine, quel numero si dimezzerà ulteriormente. “Con questo importante traguardo ormai a portata di mano, siamo fiduciosi nella nostra capacità di appiattire la curva delle assunzioni di Amazon nei prossimi dieci anni”, ha scritto il team di robotica nel piano strategico per il 2025.
Il progetto Shreveport sarà replicato in quaranta siti entro il 2027, a partire da Virginia Beach. In parallelo, l’azienda ha avviato il rinnovamento dei magazzini esistenti, con investimenti stimati in oltre 10 miliardi di dollari e risparmi previsti per 12,6 miliardi nel triennio 2025–2027. Un piano mastodontico che, secondo Amazon, trasformerà i suoi centri di distribuzione in “fabbriche intelligenti”, dove i lavoratori del futuro saranno tecnici specializzati nella manutenzione dei robot.
Amazon, i “cobot” e il rebranding linguistico
Per un’azienda che vuole automatizzare milioni di posti, c’è anche un’altra sfida: quella della percezione pubblica. Ed ecco quindi mettersi in moto la consueta macchina della mitigazione comunicativa, volta a rendere più accettabile socialmente ciò che non lo è.
I documenti interni rivelano ad esempio che Amazon ha valutato di sostituire la parola “robot” con “cobot”, una contrazione di “collaborative robot”, per trasmettere l’idea di una collaborazione armoniosa tra uomo e macchina. Allo stesso modo, i dirigenti suggeriscono di evitare espressioni come “automazione” o “intelligenza artificiale”, preferendo formule più neutre come “tecnologia avanzata”.
Parallelamente, per compensare l’impatto occupazionale sulle comunità locali, il gruppo ha discusso strategie per rafforzare la propria immagine pubblica, partecipando a parate cittadine e iniziative benefiche come Toys for Tots. Una campagna di reputazione più che di solidarietà, costruita per mantenere un’immagine di “buon cittadino aziendale” mentre i magazzini si spopolano di lavoratori umani.
Nella comunicazione ufficiale, la linea resta ovviamente ottimista: “Il punto non sono i robot ma le persone, e il futuro del lavoro che stiamo costruendo insieme”, ha dichiarato Tye Brady, chief technologist di Amazon Robotics.
Tra le nuove creature di questa rivoluzione spiccano Blue Jay, un braccio robotico descritto come “un paio di mani in più che aiuta i dipendenti nei compiti più faticosi”, e Project Eluna, un sistema di IA “che agisce come un collega aggiuntivo, riducendo il carico cognitivo”. E appare chiaro che le mani extra dei robot significheranno meno mani umane.
Il prezzo del progresso
Difficile, ovviamente, condividere l’entusiasmo dei comunicati stampa di Amazon.
“Nessuno ha lo stesso incentivo di Amazon a trovare il modo di automatizzare,” spiega Daron Acemoglu, economista del MIT e Premio Nobel per l’economia. “Una volta che avranno trovato il modo di farlo in modo redditizio, anche gli altri seguiranno”. E quando ciò accadrà, aggiunge, “uno dei più grandi datori di lavoro degli Stati Uniti diventerà un distruttore netto di posti di lavoro, non un creatore.”
In altre parole, il colosso che per anni ha alimentato milioni di occupazioni nel settore della logistica ora rischia di diventare il principale vettore della loro scomparsa. Anche perché poi i concorrenti, per restare competitivi, seguiranno a ruota.
Amazon, da parte sua, insiste che l’automazione creerà nuovi mestieri più qualificati e meglio retribuiti: tecnici di robotica, ingegneri, manutentori. Sorvolando ovviamente sul destino dell’attuale manovalanza che cero non potrà reinventarsi laureata.
Dalla Louisiana al resto del mondo, il modello Shreveport non è più un esperimento: è la bozza del futuro che Amazon sta già costruendo. Un mondo in cui ogni pacco costa 30 centesimi in meno, ma dove quel piccolo risparmio rischia di diventare un enorme costo collettivo.
Perché i posti di lavoro cancellati oggi finiranno domani per pesare sulle tasse di tutti, nel tentativo di sostenere una società che, per risparmiare qualche centesimo, si troverà a spendere molto di più in sussidi di disoccupazione e welfare.
Fonti: The New York Times, The Verge


