Amazon a processo in Italia: la Procura di Milano non archivia nonostante il maxi-accordo da 527 milioni

da | 13 Mar 2026 | Legal

Il centro di distribuzione di Amazon a Passo Corese. | Foto: Il Messaggero
Riassunto IA
  • La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio di Amazon EU Sarl e quattro dirigenti per evasione IVA da 1,2 miliardi di euro, nonostante l’azienda abbia già pagato 527 milioni all’Agenzia delle Entrate a dicembre.
  • Per la prima volta in Italia, un accordo con il Fisco non ha chiuso il procedimento penale; al centro dell’accusa c’è l’algoritmo della piattaforma, che secondo i pm avrebbe occultato l’identità di decine di migliaia di venditori cinesi.
  • Se confermata in tribunale, la tesi accusatoria potrebbe avere implicazioni sull’intero modello di business delle piattaforme di e-commerce in Europa, dove l’IVA è un’imposta armonizzata.
Tempo di lettura: 3 minuti

Amazon ha già pagato 527 milioni di euro, inclusi gli interessi, versati a dicembre all’Agenzia delle Entrate per chiudere una disputa fiscale da 1,2 miliardi. In Italia, con i grandi gruppi internazionali, le cose funzionano così: si tratta, si paga, si archivia.

È sempre andata così, eccetto che per questa volta. La Procura di Milano ha infatti deciso di non condividere l’impostazione del Fisco e ha chiesto il rinvio a giudizio della divisione europea del colosso americano, Amazon EU Sarl, con sede in Lussemburgo, e di quattro suoi dirigenti.

La notizia, confermata a Reuters da due fonti con conoscenza diretta della vicenda, è inedita: per la prima volta in Italia un accordo con l’erario non chiude anche il fronte penale.

Un giudice dovrà ora fissare la data dell’udienza preliminare per decidere se mandare gli imputati a processo o archiviare il caso. Amazon non ha rilasciato dichiarazioni immediate, ma dopo la transazione di dicembre aveva già anticipato che avrebbe “difeso con forza la propria posizione”.

L’algoritmo come strumento di evasione

Al cuore dell’accusa c’è un’idea giuridicamente inedita: non solo i manager hanno sbagliato ma il sistema stesso, l’algoritmo della piattaforma, ha reso possibile l’evasione.

Secondo i capi d’imputazione visionati da Reuters, il meccanismo operativo di Amazon avrebbe consentito la vendita in Italia di merci provenienti da decine di migliaia di venditori extra-UE, per lo più cinesi, senza rivelarne l’identità. Risultato: nessuno versava l’IVA. E Amazon, secondo i pm, lo sapeva.

La legge italiana è chiara sul punto: un intermediario che offre beni in vendita nel paese è responsabile in solido per l’IVA non versata dai venditori stranieri che operano tramite la sua piattaforma.

L’accusa copre il triennio 2019-2021. Nella richiesta di rinvio a giudizio, i pm hanno indicato il Ministero dell’Economia come parte offesa.

La posta europea in gioco

Se la tesi accusatoria reggesse in tribunale, le conseguenze non si fermerebbero ai confini italiani. L’IVA è un’imposta armonizzata a livello europeo: un precedente giudiziario che afferma la responsabilità della piattaforma per l’evasione dei propri venditori potrebbe ridisegnare le regole del commercio digitale in tutto il continente.

Il che è una delle ragioni per cui il caso viene seguito con attenzione anche fuori dall’Italia. Non a caso, la Procura europea ha già aperto un’indagine parallela sugli stessi presunti comportamenti per il periodo 2021-2024. Il testimone, in un certo senso, è già passato a Bruxelles.

Un accerchiamento su più fronti

Il procedimento penale sull’IVA è solo uno dei fascicoli aperti in Italia a carico di Amazon.

La Procura milanese sta conducendo due ulteriori indagini: una riguarda presunti illeciti doganali e fiscali legati alle importazioni cinesi; l’altra verifica se Amazon abbia avuto una stabile organizzazione non dichiarata in Italia tra il 2019 e il 2024, il che significherebbe che avrebbe dovuto pagare molte più tasse nel paese.

Su quest’ultimo fronte, un elemento apparentemente distante potrebbe rivelarsi decisivo. A febbraio, il Garante per la protezione dei dati ha ordinato a una società del gruppo di bloccare l’utilizzo dei dati personali di oltre 1.800 dipendenti in un magazzino nel Lazio.

È un provvedimento che, al di là della questione privacy, porta alla luce qualcosa di più sostanziale: la presenza fisica, documentata e strutturata di Amazon sul territorio italiano. Cioè, esattamente il tipo di prova che serve per dimostrare che il gruppo non operava dall’estero in modo remoto, ma aveva in Italia un’infrastruttura stabile e radicata.

Non si tratta quindi di vicende separate. È un quadro di pressione regolatoria che si è costruito su più piani contemporaneamente, e che oggi pesa sull’intera operatività del gruppo nel paese.

Il messaggio politico di Amazon

La risposta pubblica di Amazon alla vicenda non è solo una dichiarazione legale.

Dopo la transazione di dicembre, l’azienda aveva avvertito che “contesti regolatori imprevedibili, sanzioni sproporzionate e procedimenti legali prolungati stanno influenzando sempre più l’attrattività dell’Italia come destinazione d’investimento”.

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È un messaggio diretto ai decisori politici, non agli avvocati: continuate così, e gli investimenti si sposteranno altrove.

È una postura che altri grandi gruppi tecnologici hanno adottato in passato di fronte a pressioni regolatorie europee. In Italia, però, stavolta sembra che l’argomento non abbia fermato la Procura.

Fonte: Reuters

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