Tre colossi, nell’arco di poche ore, hanno annunciato il taglio di quasi 50.000 posti di lavoro. Amazon infatti ha appena dichiarato 16.000 licenziamenti che si aggiungono ai 14.000 di ottobre, portando il totale a 30.000 tagli in pochi mesi (circa il 10% della forza lavoro corporate).
UPS ha comunicato l’eliminazione di 30.000 posizioni nel 2026, dopo averne già cancellate 48.000 l’anno scorso. ASML, il colosso olandese delle macchine litografiche per semiconduttori, ha infine annunciato 1.700 esuberi proprio nel giorno in cui ha presentato i conti del suo anno più profittevole di sempre.
Storie diverse, geografie diverse, stesso esito per decine di migliaia di lavoratori.
La “startup” da 1,5 milioni di dipendenti
Amazon è il secondo datore di lavoro privato degli Stati Uniti, eppure il CEO Andy Jassy continua a ripetere che l’obiettivo è “operare come la più grande startup del mondo”. “Come team di leadership, ci impegniamo a rimuovere livelli gerarchici”, ha spiegato in una call con gli analisti.
La senior vice president Beth Galetti ha parlato di “rafforzare l’organizzazione riducendo i livelli gerarchici, aumentando l’ownership e rimuovendo la burocrazia”. Il taglio di 30.000 posti, insomma, non sarebbe una questione di costi ma di cultura aziendale.
Avevamo già raccontato la grammatica della “mitigazione comunicativa” con cui ormai si travestono i licenziamenti in trasformazione culturale: questa settimana ne abbiamo avuto una nuova conferma.
Intanto Amazon chiude anche i negozi grocery Fresh e Go per concentrarsi su Whole Foods, e Jassy ammette candidamente che l’IA “porterà l’azienda ad avere una forza lavoro più piccola in futuro”.
Il boom di assunzioni accumulato durante la pandemia, quando l’azienda assunse circa 100.000 persone in pochi mesi per far fronte all’esplosione dell’e-commerce, viene ora corretto con la stessa rapidità con cui era stato creato.
UPS: l’addio ad Amazon e la scommessa sull’automazione
Il colosso della logistica sta vivendo una trasformazione ancora più radicale. I 30.000 tagli annunciati ieri si sommano ai 48.000 del 2025: in due anni, UPS avrà eliminato 78.000 posizioni, circa il 16% della forza lavoro globale.
Il motivo ufficiale è il “glide down”, ovvero il graduale disimpegno dalla partnership con Amazon, che era il suo cliente più grande. Ma la narrativa è più complessa di così: secondo quanto dichiarato da Amazon, era stata proprio UPS a chiedere una riduzione dei volumi, mentre il colosso dell’e-commerce si era detto disponibile ad aumentarli.
Dietro c’è una scommessa strategica sull’automazione: l’azienda ha investito 120 milioni di dollari in robotica e sta consolidando la rete logistica chiudendo oltre 100 strutture.
Il CFO Brian Dykes ha parlato di “deploy automation” come pilastro della trasformazione. La CEO Carol Tomé ha definito il 2026 un “inflection point” per l’azienda e quantificato in 3,5 miliardi di dollari i risparmi ottenuti nel 2025 grazie alla ristrutturazione. UPS, peraltro, non sta affatto soffrendo: nel quarto trimestre ha registrato 2,6 miliardi di dollari di profitto su 24,5 miliardi di ricavi.
Il sindacato Teamsters non l’ha presa bene. La portavoce Kara Deniz ha definito “irrispettosi” i termini del buyout offerto ai dipendenti, aggiungendo con amaro sarcasmo: “Siamo perfettamente felici che UPS realizzi crescita e risparmi sulle spalle dei manager corporate, purché rispetti gli impegni contrattuali coi nostri iscritti”.
ASML: tagliare da una posizione di forza
Il caso più paradossale è però quello dell’azienda olandese che produce le macchine indispensabili per fabbricare i chip più avanzati al mondo.
ASML ha chiuso il 2025 con ricavi record di 32,7 miliardi di euro e un profitto netto di 9,6 miliardi, il migliore della sua storia. Gli ordini del quarto trimestre hanno raggiunto i 13,2 miliardi di euro, più del doppio delle aspettative degli analisti.
Lo stesso giorno in cui annunciava questi numeri, ha comunicato il taglio di 1.700 posizioni (il 3,8% della forza lavoro), principalmente nella leadership dei dipartimenti R&D e concentrate nei Paesi Bassi.
Il CFO Roger Dassen ha confermato che si tratta del taglio più grande in numeri assoluti nella storia dell’azienda. “Scegliamo di fare questi cambiamenti in un momento di forza per l’azienda”, ha spiegato la direzione in un messaggio ai dipendenti. E per sottolineare quella forza, lo stesso giorno ha annunciato un piano di buyback azionario da 12 miliardi di euro.
L’obiettivo dichiarato è “snellire” l’organizzazione per concentrarsi su engineering e innovazione. Il CEO Christophe Fouquet ha aggiunto che i clienti sono diventati “notevolmente più positivi” sulle prospettive di medio termine, grazie alla domanda sostenuta dall’IA.
L’analista Michael Roeg di Degroof Petercam ha commentato: “Tagli di posti di lavoro in mezzo a ordini record dovrebbero rendere affascinanti i colloqui con i sindacati”.
Il denominatore comune
Tre aziende, tre settori, tre continenti: il boom dell’intelligenza artificiale gonfia i profitti ma non salva i posti di lavoro. E la retorica è sempre la stessa: Amazon parla di “ownership” e “rimozione della burocrazia”. UPS parla di “Network of the Future”. ASML parla di “snellimento” e “focus sull’innovazione”.
È la stessa neolingua che abbiamo imparato a riconoscere: “year of efficiency” di Zuckerberg, “durable cost savings” di Pichai, “future ready transformation plan” di HP. Parole costruite per rendere accettabile ciò che, espresso in modo diretto, risulterebbe intollerabile.
Il filo conduttore reale è un altro: l’intelligenza artificiale e l’automazione stanno ridisegnando il lavoro nelle grandi aziende, e la ristrutturazione non è più una risposta alle crisi ma uno strumento di ottimizzazione permanente.
Il mercato del lavoro americano, intanto, attraversa una delle fasi più lente degli ultimi anni. E i CEO continuano a ripetere che l’IA “libererà le persone dalle mansioni ripetitive”. “Accà nisciun è fess”, scrivevamo.
Fonti: The Wall Street Journal, The Washington Post, Reuters


