Neanche il tempo di raccontare come Apple e la Commissione si rimpallino la responsabilità dell’assenza di Siri AI sugli iPhone europei, che ecco l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato aprire la prima indagine italiana fondata sul DMA.
Nel mirino, ancora una volta, Cupertino ma il terreno, stavolta, è il cloud. L’indagine riguarda tre società del gruppo (Apple Inc., Apple Distribution International e Apple Italia) e l’obbligo di interoperabilità che il Digital Markets Act impone ai sistemi operativi iOS e iPadOS.
Il DMA chiede ad Apple di garantire ai fornitori terzi di servizi cloud per il pubblico, a titolo gratuito, lo stesso accesso alle componenti hardware e software dei suoi sistemi operativi di cui gode iCloud. L’AGCM ritiene di avere elementi per dire che questa parità non c’è.
L’esempio fornito dall’Autorità rende l’accusa concreta. Quando un iPhone salva l’intero contenuto del dispositivo, può farlo solo attraverso iCloud, perché Apple non consentirebbe ai servizi di archiviazione concorrenti di usare le componenti di iOS e iPadOS che permettono il backup integrale.
Un servizio rivale, in pratica, può offrire all’utente solo una copia parziale dei suoi dati. È esattamente il tipo di vantaggio che il DMA vuole rimuovere: chi controlla il sistema operativo non deve riservarsi funzioni precluse agli altri.
La prima volta che Roma usa il DMA
Il dato istituzionale conta quanto la contestazione. Fino a oggi, sul DMA, si muoveva soltanto Bruxelles. Con questa indagine un’autorità nazionale italiana esercita per la prima volta un potere che la legge le riconosce: istruire un caso per conto della Commissione, che resta l’unica a poter accertare la violazione e sanzionarla. L’AGCM insomma raccoglie gli elementi, poi li trasferisce a Bruxelles.
Il procedimento, fa sapere l’Autorità, è stato avviato in stretta cooperazione con la Commissione. La direzione è quella di un controllo che si allarga: non più un solo arbitro europeo, ma una rete di garanti nazionali che entrano nel merito delle regole sulle grandi piattaforme.
La mossa di Roma tocca un tasto che Apple conosce bene. Designata gatekeeper dal 2023, l’azienda contesta da tempo gli obblighi di interoperabilità del DMA, sostenendo che aprire i suoi sistemi ai concorrenti metta a rischio la privacy e la sicurezza degli utenti.
È l’argomento che proprio stamattina ha usato per spiegare il rinvio di Siri IA in Europa: dare ai rivali lo stesso accesso significherebbe esporre messaggi, foto e file.
Il cloud sposta lo scontro sullo stesso terreno. Ieri la posta erano Siri e gli assistenti capaci di leggere messaggi e foto. Oggi riguarda chi può copiare quegli stessi dati per intero e archiviarli altrove. La domanda di fondo resta identica: quanto accesso ai dati personali una legge europea può imporre ad Apple di concedere.
Snaturare Apple
C’è una domanda che il dibattito normativo tende a saltare. Una parte degli utenti sceglie Apple proprio per il suo sistema chiuso, perché si fida del fatto che a decidere cosa entra nel telefono sia una sola azienda.
Per chi ragiona così, aprire iOS ai concorrenti riduce la libertà invece di ampliarla, perché introdurrebbe nel dispositivo soggetti che non ha scelto, con il potere in questo caso di copiare per intero i suoi contenuti.
La realtà però è più articolata. Il backup integrale lo eseguirebbe comunque un servizio che l’utente installa e autorizza, non un attore qualsiasi, e la stessa norma permette ad Apple di mettere le protezioni che servono a non farsi compromettere il sistema.
Quanto agli assistenti, la Commissione ricorda che resta l’utente a decidere quali app usare e quali permessi concedere, mentre Apple continua a stabilire quali funzioni esistano nel sistema. L’accesso illimitato che Cupertino evoca è la sua lettura della norma, non ciò che la norma impone.
Ma è altrettanto vero che più sono i servizi che possono agganciarsi alle funzioni profonde di iOS, più cresce la superficie esposta, e lo notano anche analisti che con Bruxelles non hanno conti in sospeso.
Ed è qui chei si annida la contraddizione di fondo. Tutta la spinta normativa europea nasce per dare più concorrenza e più scelta. Ma quando il rimedio consiste nell’aprire il sistema più chiuso del mercato, una domanda resta legittima: più regole, per l’utente, portano davvero anche più sicurezza?
Fonte: AGCOM


