La Commissione europea sta preparando la revisione più radicale delle proprie regole sulle fusioni aziendali dagli anni Duemila. Stando alle bozze delle nuove linee guida viste dal Financial Times, Bruxelles intende dare maggior peso a “innovazione, investimenti e resilienza del mercato interno” nel valutare se approvare un’operazione.
È un cambiamento di rotta netto rispetto all’impostazione che ha dominato l’antitrust europeo per due decenni, quando il criterio centrale era uno solo: l’effetto della fusione sui consumatori e sui prezzi.
Questo cambio di paradigma arriva dopo anni di pressioni da parte delle imprese europee, che si sono sempre lamentate di come gli argomenti su scala e innovazione venissero sistematicamente considerati secondari rispetto alle valutazioni sul potere di fissare i prezzi. E arriva in un momento in cui il gap competitivo tra l’Europa e le grandi economie rivali, Stati Uniti e Cina in testa, è diventato difficile da ignorare.
Un funzionario dell’UE, citato dal Financial Times, ha definito le nuove linee guida “un approccio ambizioso che riflette le realtà di una concorrenza globale sempre più difficile”, aggiungendo che incarnano “le priorità di questo mandato della Commissione: ambizione e scala”. La Commissione ha rifiutato commenti ufficiali.
Draghi, i campioni europei e la geopolitica
La spinta verso questa riforma è rintracciabile anche nel Rapporto Draghi sulla competitività europea, pubblicato nel 2024, che aveva identificato la frammentazione industriale del continente come uno dei principali ostacoli alla crescita.
Servono imprese più grandi, capaci di investire in ricerca e di reggere il confronto con i colossi americani e cinesi. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha fatto propria questa lettura, sostenendo un “nuovo approccio” alla concorrenza che sia “più favorevole alle imprese che si espandono nei mercati globali”.
Le bozze delle linee guida recepiscono questa visione in termini concreti. Il documento riconosce che il contesto geopolitico è cambiato e che l’economia si è “spostata verso settori a maggiore intensità d’innovazione, dove sia la scala sia l’innovazione sono decisive per competere”.
L’invito esplicito alla divisione antitrust è di prestare maggiore attenzione a “scala, innovazione, investimenti e resilienza come fattori pro-competitivi che possono beneficiare di un certo grado di consolidamento”.
Il riferimento ai “settori a maggiore intensità d’innovazione” riguarda direttamente l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, il cloud e la difesa. Ossia i comparti in cui il distacco europeo rispetto a Usa e Cina è più evidente e dove le operazioni di consolidamento potrebbero avere l’impatto strategico più rilevante.
Cosa cambia concretamente
Fino ad oggi, quando un’azienda europea cercava di giustificare una fusione con argomenti legati alla scala globale o alla capacità di innovazione, quegli argomenti venivano ascoltati ma raramente pesavano in modo decisivo.
Il precedente più citato è il blocco della fusione tra Alstom e Siemens nel 2019, quando la Commissione respinse l’operazione nonostante le pressioni politiche di Francia e Germania, che invocavano la necessità di creare un campione europeo nel settore ferroviario in grado di competere con i gruppi cinesi.
Con le nuove linee guida anche gli argomenti legati alla competitività globale, fino ad oggi sempre secondari rispetto all’analisi dei prezzi, entrerebbero ufficialmente nel calcolo della Commissione.
La bozza sostiene che innovazione e scala “alla fine avvantaggiano i consumatori”, ad esempio garantendo l’accesso a fattori produttivi critici e rafforzando la resilienza delle catene di fornitura. In altri termini: un mercato più concentrato può essere accettabile se produce imprese più forti, più innovative e più capaci di reggere agli shock geopolitici.
Si tratta di una riformulazione del concetto stesso di interesse pubblico in materia di concorrenza. Non più solo prezzi bassi nel breve periodo, ma capacità competitiva strutturale nel medio-lungo termine.
Le resistenze e i rischi
La riforma non è però priva di oppositori. Alcuni Stati membri di orientamento liberale, quali Paesi Bassi, Svezia e Danimarca, nonché settori della stessa Commissione, hanno espresso riserve.
Il timore è che allentare i vincoli sulle fusioni finisca per danneggiare l’innovazione, deprimere gli investimenti e, soprattutto, lasciare i consumatori con mercati meno aperti e prezzi più alti.
Un timore tutt’altro che infondato: la storia dell’antitrust insegna che la concentrazione di mercato, quando non è governata con attenzione, produce rendite di posizione più che efficienza. Le bozze cercano di tenere insieme le due anime, precisando che l’obiettivo fondamentale di preservare una concorrenza effettiva rimane invariato.
Ma la tensione è reale. Dare più spazio agli argomenti di scala e innovazione significa inevitabilmente lasciare meno spazio ad altri criteri. Come verrà gestito questo equilibrio nella pratica (caso per caso? E con quali margini di discrezionalità?), è la domanda che operatori, investitori e Stati membri seguiranno con attenzione nei prossimi mesi.
Fusioni: un cambio di cultura
Le linee guida sono ancora in bozza e potranno cambiare. Ma il segnale politico è già stato emesso. Bruxelles sta dicendo alle imprese europee, e ai mercati, che la stagione dell’antitrust come freno alla crescita è finita. O almeno che si vuole che finisca.
Resta da vedere se il cambio di orientamento produrrà davvero i campioni europei invocati da von der Leyen, o se aprirà semplicemente la strada a consolidamenti che ridurranno la concorrenza senza rafforzare la competitività globale.
La differenza tra le due cose non è automatica e non la stabiliranno le linee guida.
Fonte: Financial Times


