Un data center da svariati miliardi di dollari in un fiordo della Groenlandia e, dietro al progetto, un gruppo di ex funzionari della prima amministrazione Trump.
È quanto riporta CNBC, che indica tra i protagonisti Drew Horn, già assistente senior del vicepresidente Mike Pence e, successivamente, consigliere ai dipartimenti dell’energia e dell’intelligence. ora è il CEO di GreenMet, la società che offre supporto strategico all’iniziativa.
La rete di connessioni con l’orbita presidenziale non si ferma però qui: tra i fondatori e azionisti di GreenMet figurano George Sorial, ex vicepresidente esecutivo della Trump Organization, e Keith Schiller, storica guardia del corpo di Trump. Entrambi si sono affrettati a precisare di essere “azionisti passivi di minoranza” senza ruoli gestionali.
I loro occhi sono puntati Kangerlussuaq, un piccolo insediamento alla fine di un profondo fiordo sulla costa sud-occidentale dell’isola artica, dotato di aeroporto. Un progetto che si presenta come “puramente privato”, ma che si muove in un campo minato di interessi geopolitici.
I numeri della corsa globale all’IA
Le dimensioni dell’operazione sono imponenti: 300 megawatt operativi entro metà 2027, con un’espansione fino a 1,5 gigawatt entro fine 2028. Per capire la scala, basti pensare che attualmente nessun data center attivo al mondo raggiunge quella capacità energetica.
Il progetto groenlandese non è però un’anomalia: è invece il sintomo di una febbre globale. Nel 2025 gli accordi sui data center hanno toccato il record di 61 miliardi di dollari, trainati dalla fame insaziabile di potenza computazionale dell’industria dell’IA.
Meta, OpenAI, Oracle, AWS, Microsoft, Google: tutti i giganti stanno investendo somme colossali per costruire infrastrutture in grado di reggere i carichi di lavoro dell’intelligenza artificiale.
La corsa è nel frattempo diventata anche una competizione tra potenze, e i data center stanno diventando strumenti di proiezione geopolitica oltre che asset commerciali.
La questione geopolitica della Groenlandia
Ed è proprio la geopolitica il vero ostacolo. “La questione non è tanto sul lato privato, è sul lato diplomatico”, ha ammesso Horn a CNBC.
La Groenlandia è infatti tornata al centro dell’attenzione internazionale dopo che Trump ha ribadito le sue mire acquisitive sul territorio danese semi-autonomo, un’ossessione già emersa nel primo mandato e tornata prepotente nella retorica del secondo.
Le tensioni si sono parzialmente allentate dopo il dietrofront sui dazi europei annunciati a Davos, ma i negoziati sul coinvolgimento militare ed economico statunitense nell’isola artica proseguono.
Horn ha incontrato l’ambasciatore danese negli USA come parte di un “dialogo continuo”, e assicura che funzionari di tutte le parti si sono mostrati favorevoli. Ma il progetto non ha ancora ottenuto né terreni né permessi dalle autorità locali.
“Il nostro sforzo avrà successo solo se avremo l’adesione delle parti e dei paesi rilevanti”, ha riconosciuto il CEO di GreenMet. Una formula diplomatica che tradisce la complessità della situazione.
Le sfide tecniche e il paradosso artico
Costruire un data center nell’Artico presenta vantaggi teorici evidenti, come il raffreddamento ‘gratuito’ garantito dalle basse temperature ambiente e l’abbondanza di energia idroelettrica, che già oggi fornisce il 70% del fabbisogno energetico dell’isola.
Il piano prevede chiatte specializzate cariche di gas naturale liquefatto per alimentare la prima fase, e la costruzione di un nuovo impianto idroelettrico per la seconda. La gioia degli ecologisti, insomma.
Ma gli ostacoli sono altrettanto concreti. “Costruire nell’Artico richiede capitali intensivi: le stagioni di costruzione sono brevi e il calore dei server può sciogliere il terreno stesso su cui l’edificio poggia. È necessaria un’ingegneria specializzata”, avverte un analista di Alpine Macro.
Il finanziamento, in forma di debito e capitale proprio, sarà subordinato al raggiungimento di traguardi chiave, a partire dai permessi governativi ancora tutti da ottenere.
L’incognita tecnologica
C’è poi un’altra variabile che potrebbe cambiare le carte in tavola: l’evoluzione stessa dei chip.
Nvidia sta studiando una nuova generazione di processori che richiedono meno raffreddamento. “Siamo agli inizi ma se le generazioni future di chip saranno ancora più efficienti sotto questo aspetto, potrebbe annullare la necessità di costose costruzioni di data center in posti come la Groenlandia”, osserva Michael Field, chief equity strategist di Morningstar.
In altre parole, chip più efficienti potrebbero rendere obsoleti i data center artici prima ancora che vengano costruiti. Il progetto artico degli ex trumpiani si trova così a rincorrere contemporaneamente permessi diplomatici, sfide ingegneristiche e un futuro tecnologico tutt’altro che scontato.
Fonte: CNBC


