Lunedì della scorsa settimana Mira Murati si aspettava un incontro a tu per tu con Barret Zoph, il suo CTO. Si è ritrovata invece davanti a tre persone (Zoph, il co-fondatore Luke Metz e il dipendente Sam Schoenholz), che le hanno comunicato di non condividere più la direzione dell’azienda, Thinking Machines, e di valutare l’addio.
La richiesta: affidare a Zoph il controllo totale delle decisioni tecniche. La risposta di Murati, secondo le ricostruzioni del Wall Street Journal, è stata invece questa: “Sei già CTO. Perché non hai fatto il tuo lavoro per mesi?”. Due giorni dopo, Zoph era fuori. Nel giro di poche ore, tutti e tre avevano firmato per tornare a OpenAI.
La settimana scorsa abbiamo raccontato l’esito di questa vicenda: il “saccheggio” di Thinking Machines da parte di OpenAI, il ritorno dei tre ex dipendenti alla casa madre, il paradosso di una startup da 12 miliardi di valutazione che perde metà dei fondatori in meno di un anno.
Ora il Wall Street Journal aggiunge il capitolo mancante: il retroscena umano che ha fatto deragliare tutto.
Thinking Machines e la relazione che cambia tutto
I problemi tra Murati e Zoph risalgono all’estate scorsa. La CEO aveva scoperto che il suo CTO aveva una relazione con una collega, una ricercatrice che lui stesso aveva spinto per assumere da OpenAI.
Quando Murati lo ha affrontato, Zoph inizialmente ha negato. A giugno, però, sia lui che la donna hanno ammesso la relazione, iniziata quando entrambi lavoravano ancora a OpenAI. La ricercatrice nel frattempo ha lasciato Thinking Machines ed è tornata alla vecchia azienda.
Zoph ha raccontato alla sua CEO di essere stato “manipolato” nella relazione. Poco dopo si è preso una pausa dal lavoro. Quando è rientrato, a fine luglio, Murati lo ha spostato in un ruolo di contributore tecnico individuale, togliendogli le responsabilità esecutive e manageriali.
Un demansionamento di fatto, anche se Zoph nelle sue dichiarazioni al Journal lo presenta come una pratica normale: “È comune per i manager tecnici tornare ciclicamente a fare lavoro individuale per capire cosa sta realmente succedendo”.
Nei mesi successivi, secondo fonti interne citate dal quotidiano, la produttività di Zoph è crollata. Il suo utilizzo di Slack, lo strumento principale di lavoro dell’azienda, si è ridotto drasticamente. Zoph si è difeso elencando i progetti su cui ha lavorato, tra cui il recruiting e il lancio di un prodotto, e ha citato assenze per malattia e un lutto familiare tra novembre e dicembre. Ma la frattura con Murati era ormai profonda.
L’ultimatum e il licenziamento
A ottobre, poco dopo che un altro co-fondatore, Andrew Tulloch, aveva lasciato per Meta, Zoph ha contattato Sam Altman per sondare un ritorno a OpenAI. Nelle settimane successive, lui, Metz e Schoenholz hanno avviato trattative parallele sia con OpenAI che con Meta, con l’idea di spostarsi insieme come trio.
La riunione di lunedì scorso è stata l’epilogo. I tre hanno chiesto a Murati di cedere a Zoph l’autorità finale sulle decisioni tecniche, inclusa la supervisione di uno dei dirigenti più senior dell’azienda.
Murati ha rifiutato, contestando a Zoph sei mesi di scarsa produttività. Poi ha chiesto se avessero già accettato offerte altrove. Metz e Schoenholz hanno detto di no. Zoph non ha risposto. Il giorno dopo, Zoph ha cenato con dirigenti di Meta. Mercoledì è stato licenziato.
Murati ha scritto su X che le loro strade si erano “separate”. Meno di un’ora dopo, Fidji Simo di OpenAI annunciava il ritorno dei tre, specificando che le trattative andavano avanti “da diverse settimane”.
Due versioni inconciliabili
Murati, in un messaggio interno ai dipendenti visionato dal Journal, ha parlato di “molteplici problemi con le prestazioni, la fiducia e la condotta” di Zoph.
La versione dell’ex CTO è radicalmente diversa: “Thinking Machines Lab ha interrotto il mio rapporto di lavoro solo dopo aver saputo che avrei lasciato l’azienda. Punto. In nessun momento mi sono state citate ragioni legate alle prestazioni o una condotta non etica. Qualsiasi suggerimento in tal senso è falso e diffamatorio”.
Difficile stabilire chi abbia ragione. Ma il risultato è inequivocabile: Thinking Machines, la startup che Murati aveva fondato con venti ex colleghi di OpenAI dopo sei anni passati a costruire ChatGPT, ha ora perso quattro dei sei fondatori originali. Tre sono tornati proprio a OpenAI.
Il vero asset sono le persone
Questa vicenda conferma una verità che spesso passa in secondo piano quando si parla dell’industria dell’intelligenza artificiale. La corsa all’IA assorbe centinaia di miliardi di dollari, ma alla fine dipende da poche decine di persone.
Le startup possono raccogliere round stellari e attrarre investitori di primo piano, ma restano in balia delle dinamiche umane (ambizioni, relazioni, rancori) di chi le tiene in piedi.
Thinking Machines ha raccolto 2 miliardi di dollari con una valutazione da 12 miliardi. Ha attratto nomi di primissimo piano. Ma non è riuscita a tenere insieme il nucleo fondatore per nemmeno un anno.
I miliardi non comprano la lealtà, non risolvono i conflitti personali, non cancellano i rancori accumulati in mesi di tensioni sotterranee. E quando una relazione sentimentale fa saltare la catena di comando di una delle startup più promettenti del settore, la fragilità del modello diventa impossibile da ignorare.
Fonte: Wall Street Journal


