Il saccheggio di Thinking Machines: OpenAI si riprende tre co-fondatori

da | 15 Gen 2026 | IA

Tempo di lettura: 3 minuti

“Le nostre strade si sono separate da Barret”. Con queste parole asciutte, Mira Murati ha comunicato su X la partenza di Barret Zoph, co-fondatore e CTO di Thinking Machines Lab. Nessun tributo, nessun ringraziamento caloroso: un congedo laconico che dice molto.

Appena 58 minuti dopo, Fidji Simo, CEO delle applicazioni di OpenAI, ha tolto ogni dubbio sulla destinazione: “Entusiasta di dare il bentornato a Barret Zoph, Luke Metz e Sam Schoenholz in OpenAI! Ci stavamo lavorando da diverse settimane, e siamo felicissimi di averli nel team”.

Un tempismo che sembra studiato per sottolineare il colpo inflitto alla startup rivale. E quella precisazione (“Ci stavamo lavorando da diverse settimane”), racconta un’operazione di reclutamento mirata e prolungata, non certo una mossa dell’ultimo minuto.

L’emorragia dei fondatori

Il bilancio è pesante. Zoph, che prima di Thinking Machines ha ricoperto il ruolo di VP della ricerca in OpenAI e ha trascorso sei anni come ricercatore in Google, non è l’unica perdita.

Luke Metz, altro co-fondatore con anni di esperienza nel team tecnico di OpenAI, torna anch’egli alla casa madre. Sam Schoenholz, il cui profilo LinkedIn lo indica ancora come dipendente di Thinking Machines, completa il terzetto diretto a OpenAI. A ottobre, un altro co-fondatore, Andrew Tulloch, aveva già lasciato per Meta.

In meno di un anno dalla fondazione, la startup di Murati ha perso quattro figure chiave, tre delle quali co-fondatori. Wired riporta che la separazione tra Zoph e Thinking Machines non è stata amichevole: un dettaglio che il tono dell’annuncio di Murati sembra confermare indirettamente.

Il paradosso dei miliardi

Eppure i numeri sulla carta raccontavano una storia di successo. Lo scorso luglio Thinking Machines ha chiuso un round seed da 2 miliardi di dollari, guidato da Andreessen Horowitz con la partecipazione di Nvidia tra gli altri.

Una valutazione di 12 miliardi di dollari per una startup appena nata, costruita sulla promessa di un dream team di ex OpenAI, Meta e Mistral AI. Ma il capitale, per quanto stellare, non compra la lealtà. E quando i talenti fondatori scelgono di tornare dai competitor, nessuna valutazione può mascherare la fragilità sottostante.

Il denaro attrae, certo, ma evidentemente non trattiene. Quanto meno, non in un’industria dove le Big Tech possono sempre rilanciare.

La mossa strategica di OpenAI

Difficile leggere questa operazione come semplice reclutamento. OpenAI non sta solo acquisendo talenti: sta neutralizzando un competitor nascente fondato da chi conosce l’azienda dall’interno.

Murati ha guidato OpenAI come CTO fino a settembre 2024. Zoph ne è stato VP della ricerca. Metz ha lavorato per anni nel cuore tecnico dell’azienda. Riportarli a casa significa anche sottrarre a Thinking Machines persone che conoscono roadmap, strategie, punti deboli.

Il valzer dei talenti nell’AI è frenetico (basti pensare che John Schulman, co-fondatore di OpenAI, è passato ad Anthropic nell’agosto 2024 per poi unirsi a Thinking Machines come Chief Scientist al lancio di febbraio) ma qui la direzione del flusso è inequivocabile.

Cosa resta di Thinking Machines

Murati comunque non resterà sola. Soumith Chintala, veterano di PyTorch e Meta, assumerà il ruolo di CTO. Schulman resterà come Chief Scientist.

Non è un disastro totale, insomma, ma il segnale per il settore è chiaro. Se nemmeno una startup con fondatori di questo calibro, finanziamenti record e una valutazione da unicorno riesce a mantenere coeso il nucleo fondatore, quali prospettive restano per realtà meno blasonate?

Nell’industria dell’intelligenza artificiale, i miliardi in cassa sono una condizione necessaria ma non sufficiente. Il vero asset sono le persone. E quando le persone se ne vanno, restano solo i comunicati stampa.

Fonte: TechCrunch

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