Era stata annunciata come la “nuova età dell’oro” dell’intelligenza artificiale. Alla Casa Bianca, nel gennaio 2025, Masayoshi Son, Sam Altman e Donald Trump avevano svelato Stargate, un progetto da 500 miliardi di dollari per realizzare l’infrastruttura necessaria a sostenere l’IA americana.
Sei mesi dopo, quella visione si è sgonfiata. Nessun contratto per data center è stato ancora firmato, le tensioni tra OpenAI e SoftBank sono emerse dietro le quinte, e l’unico obiettivo concreto rimasto sul tavolo è la costruzione di un piccolo impianto in Ohio entro la fine dell’anno.
E pensare che le promesse iniziali erano di ben altro respiro: 100 miliardi subito, 500 in totale entro il 2029, e ben dieci gigawatt di capacità installata. Ma il motore si è inceppato quasi subito.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, i due co-leader del progetto (ossia la giapponese SoftBank e l’americana OpenAI) sarebbero in disaccordo su aspetti fondamentali della partnership: dalla localizzazione dei centri dati fino al ruolo di partner come Oracle e l’azienda emiratina MGX, annunciati in pompa magna ma senza un’intesa formale sui rispettivi investimenti.
Altman accelera, SoftBank resta indietro
Nel frattempo Sam Altman ha deciso di non aspettare. Mentre il progetto Stargate arranca, OpenAI ha siglato un accordo colosso con Oracle da oltre 30 miliardi di dollari l’anno, valido per tre anni a partire dal 2027. L’intesa riguarda 4,5 gigawatt di capacità, l’equivalente energetico di oltre due dighe di Hoover, una potenza sufficiente ad alimentare circa quattro milioni di abitazioni. Il contratto però non coinvolge SoftBank.
A ciò si aggiunge l’accordo più piccolo firmato con CoreWeave, ma non è tutto. Alcuni dei nuovi data center di OpenAI (come quelli ad Abilene e Denton, in Texas) vengono descritti dall’azienda come parte del progetto Stargate, anche se non sono finanziati da SoftBank. Una scelta che genera ulteriore ambiguità, soprattutto considerando che il marchio Stargate risulta depositato da SoftBank stessa, come emerge da documenti pubblici.
Stargate e l’ossessione di Son per l’IA
Il nome scelto non è casuale: “Stargate” è il titolo del film cult del 1994 con Kurt Russell, in cui un portale stellare collega la Terra all’antico Egitto. Un ponte tra mondi lontani, proprio come vorrebbero essere i futuri centri dati di Altman e Son, destinati a ospitare modelli d’intelligenza artificiale sempre più esigenti in termini di potenza e spazio.
Per Masayoshi Son, Stargate rappresenterebbe una seconda occasione. Dopo aver mancato clamorosamente il boom di OpenAI e dei suoi concorrenti, coi due mega fondi Vision Fund da oltre 140 miliardi, il miliardario giapponese voleva finalmente un posto al tavolo dell’IA globale.
Ma il suo passato recente pesa: tra i flop che ne hanno offuscato la reputazione, oltre a WeWork (cui è stata dedicata anche una serie televisiva) c’è anche Katerra, startup edile americana naufragata nonostante gli ingenti capitali versati da SoftBank.
Meglio è andata con l’acquisizione del produttore di chip Arm, che ha vissuto una rivalutazione spettacolare negli ultimi due anni. E proprio da qui è partito l’interesse per l’IA, fino all’incontro con Altman a Tokyo, a novembre.
I due, raccontano fonti vicine, hanno proposto all’amministrazione Trump un investimento mastodontico in territorio americano, con la promessa di creare una nuova infrastruttura tech nazionale.
OpenAI e SoftBank hanno impegnato 18 miliardi a testa per avviare la società, che dovrebbe costruire i data center e poi affittarli a OpenAI stessa. SoftBank si sarebbe occupata della finanza, Altman dell’operatività, con Son presidente del nuovo soggetto.
Ma secondo il CEO di Oracle Safra Catz, “Stargate non è ancora stata formalmente costituita”.
Tra hype e realtà, la scommessa resta aperta
Nonostante le difficoltà iniziali, Son continua a dichiararsi fiducioso e disposto a investire ancora in OpenAI. Del resto, anche senza un business model consolidato, il settore dell’IA richiede investimenti miliardari anticipati.
OpenAI, ad esempio, perde ancora miliardi ogni anno e il contratto con Oracle vale tre volte i suoi ricavi annuali stimati. La speranza di Altman è che la crescita degli utenti paganti e della pubblicità consenta di sostenere impegni così pesanti.
La sensazione, però, è che la visione epica della Casa Bianca si stia già scontrando con la realtà operativa. Costruire data center su larga scala è un’impresa titanica: servono terreni, chip, elettricità, finanziamenti, competenze logistiche. I progetti si allungano, i costi esplodono e le alleanze si sfaldano.
La “golden age” evocata da Son al momento può dunque attendere. Intanto Altman corre. E Trump osserva, con un occhio alla Silicon Valley e l’altro alla prossima campagna elettorale.


