SoftBank ha completato l’investimento da 40 miliardi di dollari in OpenAI, portando a termine la più grande scommessa della sua storia.
L’ultima tranche da 22 miliardi è stata da poco trasferita, secondo fonti informate sui fatti, chiudendo un impegno che porta la quota del gruppo giapponese all’11% della società creatrice di ChatGPT.
Il conglomerato aveva precedentemente investito 7,5 miliardi di dollari direttamente e sindacato altri 11 miliardi con co-investitori, per un impegno complessivo finale di 41 miliardi.
La notizia conferma quanto anticipato nel nostro articolo del 21 dicembre: la “scommessa senza paracadute” di Masayoshi Son si è dunque materializzata.
L’operazione, annunciata a febbraio, doveva essere erogata in 12-24 mesi. SoftBank ha invece accelerato, completando l’investimento in meno di un anno e concentrando su OpenAI una quota sempre più rilevante del proprio futuro.
Per Son, questa non è una delle tante scommesse del Vision Fund: è la partita che ridefinisce il profilo strategico di SoftBank, trasformando il gruppo da investitore diversificato a player industriale concentrato sull’infrastruttura dell’intelligenza artificiale.
Il prezzo della concentrazione di Softbank
Per finanziare l’operazione, SoftBank ha dovuto smantellare posizioni considerate fino a poco tempo fa strategiche. Il mese scorso ha liquidato l’intera partecipazione in Nvidia, del valore di 5,8 miliardi di dollari, nonostante il colosso di Jense Huang sia uno dei principali beneficiari della corsa all’AI.
Il paradosso ci pare però evidente: vendere chi produce i chip che alimentano l’intelligenza artificiale per comprare chi li consuma.
La scelta ha una logica finanziaria immediata ma solleva interrogativi sulla visione di lungo periodo. Nvidia continua infatti a dominare il mercato dei semiconduttori per AI e la sua crescita appare strutturale, mentre OpenAI deve ancora dimostrare di poter trasformare la leadership tecnologica in profittabilità sostenibile.
In parallelo, lunedì SoftBank ha annunciato l’acquisizione di DigitalBridge per 4 miliardi di dollari, una società di investimenti specializzata in data center.
La mossa conferma che Son sta continuando con la stessa scommessa infrastrutturale: non solo capitale in OpenAI ma controllo diretto sull’infrastruttura fisica che sostiene l’addestramento e l’esecuzione dei modelli di AI. È una strategia verticalmente integrata che amplifica sia le opportunità che i rischi.
OpenAI, un buco nero di capitali?
OpenAI ha assunto impegni infrastrutturali per oltre 1.400 miliardi di dollari nei prossimi anni, inclusi accordi con i produttori di chip Nvidia, Advanced Micro Devices e Broadcom. È una cifra che supera il PIL di molti paesi europei e che dà la dimensione della scala a cui opera la competizione nell’IA di frontiera.
Parte dei fondi di SoftBank è destinata a Stargate, la joint venture con Oracle per costruire infrastrutture di calcolo dedicate all’intelligenza artificiale. Il progetto, dal valore complessivo di 500 miliardi di dollari, ha una dimensione esplicitamente geopolitica: mantenere il vantaggio tecnologico degli Stati Uniti nel confronto con la Cina.
Attorno a OpenAI si sta formando una coalizione di capitali senza precedenti. Microsoft rimane il principale investitore storico con miliardi già versati negli anni. Amazon sta esplorando un investimento superiore ai 10 miliardi di dollari. Disney è entrata con 1 miliardo attraverso un accordo che consente agli utenti del generatore video Sora di creare contenuti con personaggi in licenza come Topolino.
La convergenza non è casuale: ciascuno di questi player cerca di assicurarsi accesso privilegiato alla tecnologia che potrebbe ridefinire i propri settori di riferimento.
La strada verso l’IPO
OpenAI si sta preparando per un’offerta pubblica iniziale e la massa critica di capitali accumulata negli ultimi mesi serve anche a questo. Arrivare alla quotazione con una base solida di investitori istituzionali, impegni infrastrutturali già firmati e partnership strategiche con colossi come Microsoft, Amazon e Disney riduce i rischi percepiti dal mercato e facilita una valutazione elevata.
La preparazione all’IPO spiega anche la fase di “code red” su ChatGPT annunciata internamente da Sam Altman, con il rinvio di altri lanci di prodotto per concentrarsi sul rafforzamento della piattaforma esistente. Prima di affrontare il mercato pubblico, OpenAI deve dimostrare non solo leadership tecnologica ma anche capacità di esecuzione, stabilità operativa e una traiettoria credibile verso la profittabilità.
Il modello di finanziamento adottato finora ha permesso a OpenAI di operare con orizzonti temporali lunghi e investimenti massicci in ricerca e sviluppo senza la pressione trimestrale dei mercati pubblici.
La quotazione cambierà radicalmente questo equilibrio, introducendo aspettative di rendimento più immediate e trasparenza obbligatoria su metriche finanziarie oggi riservate.
Il nuovo ordine dell’IA
L’operazione SoftBank-OpenAI segna allora un punto di svolta nel consolidamento del settore. Le barriere all’ingresso nell’AI di frontiera sono ormai così alte che solo pochi player possono competere: OpenAI, Anthropic, Google, e in misura diversa Meta.
Tutti richiedono decine di miliardi in finanziamenti, accesso privilegiato ai semiconduttori più avanzati e capacità di costruire e gestire infrastrutture di calcolo su scala industriale.
Per SoftBank, il successo dell’operazione dipenderà dalla capacità di OpenAI di mantenere il vantaggio tecnologico e di tradurlo in una posizione di mercato difendibile. La storia del Vision Fund è costellata di scommesse visionarie finite male, da WeWork a Wirecard. La differenza questa volta è la concentrazione: non un portafoglio diversificato di puntate ad alto rischio, ma un all-in su un singolo asset.
Resta da capire se questa strategia rappresenti una visione anticipatrice del futuro dell’AI o l’ultima mossa disponibile per un gruppo che ha progressivamente esaurito le alternative.
La risposta arriverà nei prossimi 12-24 mesi, quando OpenAI dovrà dimostrare che i 1.400 miliardi di impegni infrastrutturali possono trasformarsi in valore economico reale e non solo in promesse tecnologiche.
Fonte: CNBC


