L’Italia ha scelto un protagonista inatteso per costruire la propria infrastruttura tecnologica e difendere la sovranità digitale del paese: il servizio postale nazionale. Poste Italiane, che distribuisce la posta, eroga le pensioni attraverso 12.600 uffici postali e rappresenta nei centri più isolati un punto di riferimento al pari della chiesa parrocchiale, vuole partecipare all’offerta pubblica di acquisto e scambio di Telecom Italia (TIM) per accelerare la propria transizione verso il digitale, le telecomunicazioni e il cloud.
Un’offerta da 10,8 miliardi per il controllo di TIM
Il consiglio di amministrazione di Poste, presieduto da Silvia Maria Rovere, ha varato l’8 luglio l’aumento di capitale da 371,99 milioni di euro necessario a finanziare l’operazione, esercitando la delega ricevuta dall’assemblea straordinaria degli azionisti dello scorso 18 giugno. Per ogni azione TIM conferita, Poste offre 1,67 euro in contanti e 0,218 azioni di nuova emissione: un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria che valorizza l’intera operazione attorno ai 10,8 miliardi di euro.
Manca ancora il via libera definitivo della Consob al documento d’offerta, dopo quelli già arrivati da Commissione europea, antitrust brasiliano e Golden Power della presidenza del Consiglio. Il lancio formale dell’offerta sul mercato è atteso subito dopo l’approvazione, con una chiusura dell’operazione stimata tra la fine dell’estate e il quarto trimestre dell’anno.
Vent’anni di trasformazione digitale
Partecipata per due terzi dallo Stato italiano, Poste ha avviato la propria trasformazione digitale nei primi anni Duemila, entrando nel mercato dei pagamenti elettronici. Nell’ultimo decennio ha portato 30 milioni di persone, circa il 70% del totale, sul sistema di identità digitale del paese per l’accesso ai servizi pubblici online. Con 46 milioni di clienti tra banca, assicurazioni, telecomunicazioni ed energia, Poste utilizza inoltre la propria rete di sportelli, la più grande in Italia, per garantire l’accesso a servizi come il rilascio del passaporto anche a chi ha meno familiarità con gli strumenti digitali.
La sovranità digitale come obiettivo dichiarato
Nei documenti ufficiali dell’operazione, Poste descrive la sovranità digitale come la capacità di esercitare un controllo stabile su connettività, elaborazione e conservazione dei dati, accesso ai servizi, sicurezza delle infrastrutture e affidabilità dei sistemi. È lo stesso tema al centro di un filone di scelte che in Europa sta guadagnando terreno, dalla Francia alla Germania, dove operatori tecnologici e delle telecomunicazioni nazionali stanno costruendo infrastrutture cloud e IA per settori strategici come difesa, sanità e pubblica amministrazione. L’integrazione tra Poste e TIM darebbe vita al primo operatore nazionale per data center e servizi cloud, unendo alla piattaforma di Poste una rete fissa e mobile capillare.
Poste come fornitore dei giganti del cloud
Secondo una persona a conoscenza dei piani, citata da Reuters, il nuovo gruppo potrebbe diventare un fornitore delle grandi aziende tecnologiche statunitensi come Amazon, Google e Microsoft, anche senza la potenza finanziaria e la scala di questi colossi. Le big tech acquistano infatti servizi infrastrutturali che vanno dalle reti in fibra alla capacità dei data center, oltre a punti di accesso alla rete locale vicini agli utenti finali.
Oltre ai data center già esistenti di TIM, il gruppo Poste-TIM potrebbe potenziare la capacità di calcolo nei nodi di telecomunicazione distribuiti sul territorio e convertire gli ex centri di smistamento postale in hub di edge computing locali, avvicinando geograficamente la potenza di elaborazione agli utenti finali. In futuro, secondo la stessa fonte, potrebbero entrare in gioco anche i siti della rete mobile di TIM.
125 megawatt e il ritardo dell’Italia sui data center
Con 125 megawatt di capacità installata, TIM è già tra i primi tre operatori nazionali per data center, ma l’Italia dispone solo di circa il 15% della capacità installata della Germania. Antonio Capone, preside della Scuola di Ingegneria Industriale e dell’Informazione del Politecnico di Milano, osserva che il settore guarda sempre più a reti di strutture più piccole vicine agli utenti, piuttosto che a pochi grandi siti centralizzati.
Gli operatori delle telecomunicazioni, con asset distribuiti su tutto il territorio, sono nella posizione migliore per svilupparle. Capone sottolinea che gestire una rete distribuita è operativamente più complessa, tra manutenzione, raffreddamento e gestione dell’energia, ma è una sfida che ha senso affrontare da un punto di vista strategico.
Il percorso in salita di TIM
Una privatizzazione poco fortunata di trent’anni fa ha lasciato in eredità a TIM un debito pesante, mentre una concorrenza spietata sui prezzi ha eroso i profitti e limitato la capacità di investimento sulle infrastrutture. L’azienda ha dimezzato il rapporto tra debito netto e margine operativo lordo e quasi raddoppiato i ricavi per dipendente dopo la cessione della rete fissa al fondo statunitense KKR nel 2024, ma da sola farebbe fatica a sostenere gli investimenti previsti su 5G e cloud.
L’Italia ha fatto progressi sul 5G di base, ma i servizi basati sull’IA richiedono reti di quinta generazione più avanzate: negli Stati Uniti rappresentano un quinto delle connessioni mobili totali, mentre in Europa solo la Spagna supera il 5%. Un importante investitore di TIM, che ha chiesto di restare anonimo, ha spiegato che costruire una rete 5G richiede investimenti ingenti e una scala adeguata per essere sostenibile, aggiungendo che non si può sostenere un mercato con quattro operatori mobili come quello italiano: la sostenibilità dell’investimento dipende dal consolidamento del settore, atteso da tempo.
Poste possiede già un quinto di TIM
TIM compete oggi con Vodafone-Fastweb, WindTre e Iliad. WindTre, controllata dal conglomerato di Hong Kong CK Hutchison, e la francese Iliad avevano cominciato a discutere di un’alleanza, ma finora non si è tradotta in un accordo. Poste possiede già il 20% di TIM, e una scalata completa permetterebbe all’Italia di beneficiare di profitti più alti dell’ex monopolista telefonico, qualora il numero degli operatori scendesse a tre attraverso il consolidamento di cui si discute da tempo.
Lo stesso investitore ha osservato che la salita del titolo Poste dopo l’annuncio dell’operazione suggerisce che il mercato ritenga i benefici superiori ai 700 milioni di euro di sinergie indicati come obiettivo, aggiungendo che, in quanto operatore controllato dallo Stato, la nuova entità potrebbe gestire comunicazioni sensibili anche in ambito difesa, forte di un business a basso indebitamento e con una solida generazione di cassa da pagamenti, assicurazioni e servizi finanziari.
Un ventaglio di servizi più ampio
Poste ha dichiarato che l’operazione sosterrebbe gli sforzi di TIM per uscire dal tradizionale business consumer delle telecomunicazioni, in contrazione da oltre un decennio, per spostarsi verso servizi a margine più alto per i clienti corporate, cloud e sicurezza informatica compresi. Per Claudio Baretti, partner della società di consulenza AlixPartners, dal punto di vista commerciale la combinazione ha una logica solida: un ventaglio di servizi ancora più ampio potrebbe essere offerto a una base di clienti ancora più vasta, aumentando il costo per cambiare operatore e la fedeltà della clientela. Poste e TIM non hanno voluto commentare.
Fonte: Reuters


