Ieri, dopo la chiusura dei mercati americani, Nvidia ha presentato i risultati del secondo trimestre fiscale 2026, chiuso a fine luglio. E i numeri hanno confermato che la corsa all’intelligenza artificiale non mostra segni di rallentamento.
Con ricavi balzati del 56% a 46,7 miliardi di dollari e profitti oltre i 26 miliardi, l’azienda guidata da Jensen Huang si conferma il barometro della rivoluzione tecnologica in corso.
La sua importanza è tale che Nvidia oggi pesa per il 7,5% dell’indice S&P 500, contro il 3% di appena otto mesi fa. In altre parole, quasi un decimo di ogni dollaro investito a Wall Street dipende ormai dall’andamento della società californiana.
Un potere che solo Apple e Microsoft erano riuscite a concentrare nel passato recente.
Un impero costruito sui data center
Da quando OpenAI ha lanciato ChatGPT a fine 2022, Nvidia ha visto moltiplicarsi ordini e richieste. I suoi processori sono considerati lo standard di riferimento per addestrare e alimentare i modelli di IA, e questo ha trasformato l’azienda in un attore imprescindibile.
“Nell’ultimo anno l’IA ha compiuto progressi straordinari”, ha detto Jensen Huang agli analisti, sottolineando che gli investimenti globali nelle infrastrutture dedicate potrebbero arrivare a 4.000 miliardi di dollari entro il 2030.
Numeri da capogiro, che spiegano perché la società valga oggi più di Apple e Microsoft e sia diventata la prima quotata a toccare i 4.000 miliardi di dollari di capitalizzazione. Non sorprende allora che ogni trimestrale di Nvidia venga letta come un referendum sullo stato di salute dell’intero settore tecnologico.
Al centro dell’attenzione degli investitori c’è il nuovo chip Blackwell, lanciato alla fine dello scorso anno. Nvidia ne distribuisce circa 72.000 a settimana, con un prezzo stimato di 30.000 dollari l’uno. Si tratta di una macchina da calcolo che ha già conquistato colossi come Meta e Google, spingendoli ad aumentare drasticamente i budget per i data center.
La domanda è tale che ogni consegna diventa un evento capace di muovere i mercati. E se negli Stati Uniti i contratti si moltiplicano, in Cina la situazione è più complessa. Proprio su questo fronte si gioca la partita più delicata del colosso guidato da Huang.
Nvidia e la diplomazia dei chip
La Cina rappresenta il più grande mercato di semiconduttori al mondo e ospita metà degli sviluppatori di IA globali. Ma l’accesso non è scontato.
Ad aprile, l’amministrazione Trump ha bloccato la vendita del chip H20, progettato apposta per Pechino, temendo che potesse rafforzare l’industria e l’esercito dell’IA cinese. Solo dopo un’intensa attività di lobbying di Huang, il divieto è stato parzialmente allentato ad agosto.
Il risultato di questo tira e molla è stato un trimestre senza alcuna vendita in Cina, con Nvidia che non ha incluso il mercato cinese nemmeno nelle previsioni attuali. Eppure, secondo stime indipendenti, il solo mercato cinese potrebbe valere 50 miliardi di dollari quest’anno, con tassi di crescita del 50% annuo.
Non a caso, Huang ha già ventilato l’idea di fornire una versione ridotta del Blackwell, meno performante ma comunque molto più avanzata dei chip prodotti localmente.
Secondo Lennart Heim, analista del think tank RAND Corporation, le aziende cinesi sarebbero disposte a comprare addirittura due chip “depotenziati” per poi assemblarli e ottenere maggiore potenza di calcolo. “Se ciò venisse approvato, la domanda sarebbe enorme”, ha sottolineato. “Sarebbe decisamente migliore di qualsiasi chip che la Cina possa produrre e loro lo vorrebbero moltissimo”.


