Trump chiede la percentuale a Nvidia e AMD per i chip IA in Cina

by | 11 Ago 2025 | Politica, Business, IA

Illustrazione: ChatGPT
Tempo di lettura: 3 minuti

La corsa all’intelligenza artificiale non si gioca solo sui terreni della ricerca e dell’innovazione, ma anche nelle stanze della politica e della diplomazia commerciale.

L’abbiamo scritto più volte e lo dimostra l’accordo senza precedenti che vede Nvidia e Advanced Micro Devices (AMD) accettare di versare all’amministrazione Trump il 15% delle vendite dei loro chip IA destinati alla Cina, in cambio delle licenze di esportazione.

Un accordo inedito dopo l’incontro con Trump

L’intesa segna un salto di qualità nell’uso delle esportazioni come leva fiscale e geopolitica. E secondo quanto riportato dal Financial Times, che per primo ne ha dato notizia, l’intesa è maturata dopo un incontro tra il CEO di Nvidia Jensen Huang e il presidente Trump, nello stesso giorno in cui la Casa Bianca annunciava l’esenzione dai nuovi dazi sui chip per le aziende tecnologiche disposte a investire negli Stati Uniti.

Il Dipartimento del Commercio ha così iniziato a concedere le licenze per esportare il chip H20 di Nvidia verso la Cina, seguito a ruota dal chip MI308 di AMD. E si tratta di un meccanismo inusuale: non un dazio generico, ma un “pedaggio” legato direttamente al rilascio della licenza di export.

Un chip progettato per la Cina, ma con prestazioni limitate

L’H20 non è un chip di fascia alta e non è in grado di addestrare rapidamente modelli linguistici di grandi dimensioni, come quelli che alimentano i sistemi di IA generativa più avanzati. È stato sviluppato da Nvidia nel 2023 proprio per il mercato cinese, dopo le restrizioni imposte dall’amministrazione Biden sui chip più potenti.

Basato sull’architettura Hopper, l’H20 è meno performante della serie più recente Blackwell, ma resta utile per compiti di inferenza, ossia quei processi con cui modelli già addestrati traggono conclusioni da nuovi dati.

In questo ambito, secondo alcuni analisti, le sue prestazioni sono competitive e possono risultare interessanti per applicazioni industriali e commerciali.

Pechino, però, non ha accolto con entusiasmo l’arrivo dell’H20. Media statali e autorità regolatorie hanno sostenuto che il chip non sia né tecnologicamente avanzato né rispettoso dell’ambiente (!), insinuando anche la presenza di potenziali “backdoor” capaci di consentire spegnimenti remoti o accessi non autorizzati.

Il regolatore cinese della cybersicurezza ha convocato Nvidia per chiarimenti ma l’azienda ha respinto con fermezza queste accuse, dichiarando che i suoi chip non contengono alcuna funzionalità nascosta e che la sicurezza dei clienti resta una priorità assoluta.

Licenze col contagocce in un contesto teso

Gli accordi con Nvidia e AMD si inseriscono in un contesto di relazioni tese tra Stati Uniti e Cina sul fronte tecnologico. Dopo lo stop alle esportazioni deciso ad aprile, il rilascio delle licenze per H20 e MI308 rappresenta un’eccezione in una politica di export molto restrittiva.

Per la Cina, l’accesso ai semiconduttori è una priorità strategica, mentre per Washington rappresenta una leva fondamentale di pressione. L’obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump è mantenere un vantaggio competitivo globale e contrastare la diffusione di modelli cinesi come quelli di DeepSeek e Alibaba, sempre più presenti sui mercati internazionali.

Questo episodio evidenzia comunque una tendenza più ampia: i dazi stanno diventando un pilastro delle entrate federali. Nel 2025, le tariffe speciali sono salite al quarto posto tra le fonti di reddito degli Stati Uniti, generando circa il 5% del gettito totale e superando i 100 miliardi di dollari nei primi nove mesi dell’anno fiscale.

Ecco dunque spiegata una delle ragioni (forse la più importante) per cui Trump impone gabelle a destra e manca. E il “pedaggio” imposto a Nvidia e AMD non è che un’estensione di questa logica: non solo permette di vincolare l’export di tecnologie sensibili ma anche di trarne un beneficio economico diretto.

Ma chi pagherà davvero il conto?

Quella di Trump è dunque una strategia che combina politica industriale, controllo geopolitico e gettito immediato.

C’è però un effetto collaterale che non va ignorato: se inizialmente il peso di queste misure ricade sulle aziende, nel medio-lungo periodo parte di quel costo tende a trasferirsi sui clienti finali. In Cina, così come in altri mercati collegati. Ciò può tradursi in prezzi più alti per servizi cloud, applicazioni IA e prodotti tecnologici che dipendono da questi chip.

Per Trump, però, il meccanismo è troppo vantaggioso per essere messo in discussione: si tratta infatti di soldi facili, immediati e politicamente spendibili, con l’ulteriore effetto di rafforzare il messaggio che per fare affari con tecnologie strategiche serve passare da Washington.

Finché nessuno (a parte la Cina, finora) apparirà abbastanza forte da opporsi apertamente, questa leva commerciale-fiscale sarà destinata a rimanere uno strumento centrale della Casa Bianca. Per informazioni chiedere a Bruxelles.

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