Nvidia prepara il B30A per la Cina: più potente dell’H20, ma entro i vincoli USA

da | 20 Ago 2025 | Politica, Tech War

Tempo di lettura: 3 minuti

Poche ora fa scrivevamo che Pechino ha imposto che almeno il 50% dei chip installati nei nuovi data center debba essere di produzione nazionale. Una mossa che conferma la corsa della Cina verso l’autosufficienza tecnologica e che colpisce quel che resta dell’asse commerciale con gli Stati Uniti.

E proprio in tale  contesto si inserisce la contromossa di Nvidia, che sta lavorando a un nuovo chip di intelligenza artificiale, il B30A, basato sulla più avanzata architettura Blackwell. L’obiettivo è chiaro: offrire al mercato cinese un prodotto più potente dell’H20, il modello finora consentito dalle autorità di Washington.

Il nuovo chip nasce in un clima di incertezza. Da un lato, Trump ha aperto alla possibilità che chip più avanzati possano essere venduti in Cina. Dall’altro, resta il timore diffuso a Washington che un accesso eccessivo alle tecnologie americane di IA possa ridurre il vantaggio competitivo degli Stati Uniti.

In questo equilibrio fragile, Nvidia tenta di muoversi con la massima agilità.

Spingersi al limite dei vincoli

Secondo le prime informazioni, il B30A adotterà un design single-die, soluzione che garantisce metà della potenza bruta del dual-die montato sull’acceleratore di punta B300, ma che consente a Nvidia di rientrare sotto le soglie imposte dalle restrizioni statunitensi.

In termini semplici, un chip single-die raccoglie tutte le componenti principali su un unico pezzo di silicio. È meno complesso e meno potente, ma più facile da produrre e soprattutto resta sotto i limiti fissati dalle autorità americane.

Il dual-die, invece, unisce due blocchi di silicio sulla stessa scheda: questo raddoppia la capacità di calcolo e porta le prestazioni a un livello superiore, come accade con il B300, ma oltrepassa i vincoli dell’export control.

Trump, i compromessi e il gioco geopolitico

La partita si gioca anche a livello politico. Dopo aver fermato la vendita dell’H20 in aprile, Washington ha concesso a Nvidia di riprendere le consegne solo a luglio.

E, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, Trump ha rilanciato con un compromesso inedito: la possibilità di permettere la vendita di chip ridotti in Cina, a patto che Nvidia e la rivale AMD versino al governo americano il 15% dei ricavi derivanti dalle vendite di alcuni chip avanzati.

Lo stesso Trump ha suggerito che il nuovo chip per la Cina potrebbe avere “dal 30% al 50% in meno” di potenza rispetto alla versione completa, aggiungendo che l’H20 è ormai “obsoleto”.

Se da un lato i legislatori americani, democratici come repubblicani, temono che persino le versioni ridotte possano intaccare la leadership tecnologica statunitense, dall’altro Nvidia sa che deve difendere la propria posizione.

Non a caso insiste sul fatto che mantenere i clienti cinesi legati al proprio ecosistema software CUDA è vitale per non lasciar campo libero a rivali come Huawei.

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Le recenti mosse del presidente degli Stati Uniti ridisegnano il rapporto tra governo e grandi imprese: trattative private, percentuali sui profitti e un messaggio chiaro alla corporate America.

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La concorrenza cinese e i rischi di sicurezza

Huawei ultimamente ha dimostrato progressi impressionanti nello sviluppo di chip, raggiungendo livelli paragonabili a Nvidia in alcuni aspetti di calcolo.

Resta però indietro su due fronti essenziali: l’ecosistema software e la gestione della memoria. Due fattori che spiegano perché Nvidia voglia continuare a presidiare il mercato cinese, nonostante le restrizioni.

I media di Stato cinesi hanno poi accusato le GPU americane di rappresentare un rischio per la sicurezza, mentre le autorità hanno avvertito le aziende locali sui possibili pericoli legati all’acquisto di H20.

Nvidia ha respinto le accuse, assicurando che i suoi chip non hanno backdoor. Ma il messaggio è chiaro: Pechino non intende restare in posizione di dipendenza.

Il secondo fronte di Nvidia: l’RFTX6000D

Parallelamente, Nvidia sta preparando anche un chip specifico per la Cina pensato per compiti di inferenza, l’RTX6000D. Anch’esso basato sull’architettura Blackwell, sarà meno performante dell’H20 e venduto a un prezzo più contenuto.

In questo caso, il design utilizza memoria GDDR convenzionale e raggiunge una larghezza di banda appena sotto la soglia che avrebbe fatto scattare il blocco delle esportazioni (1,398 terabyte al secondo contro una soglia di 1,4).

Le consegne sono attese in autunno, a conferma di una strategia a doppio binario: da una parte Nvidia offre il massimo possibile con il B30A, dall’altra introduce un prodotto più leggero che garantisce comunque presenza sul mercato.

Il nuovo capitolo della sfida tra Stati Uniti e Cina passa dunque dai chip di Nvidia. Da un lato le ambizioni di Pechino, che vuole almeno metà dei chip dei data center di produzione nazionale. Dall’altro i compromessi di Washington, che con una mano autorizzare vendite ridotte, con l’altra chiede una quota sui ricavi.

In mezzo, Nvidia cerca (come spesso le accade) di navigare tra esigenze politiche, vincoli normativi e concorrenza tecnologica, spingendo le sue architetture fino all’ultimo gigabyte consentito.

La vera partita non è solo sull’hardware ma sulla capacità di mantenere vivo l’ecosistema software americano in un mercato che Pechino vuole rendere sempre meno dipendente dalle Silicon Valley.

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