Sam Altman e Greg Brockman erano in prima fila. Elon Musk no. Mentre la corte federale di Oakland chiudeva le arringhe conclusive del processo più atteso dell’anno nell’industria tecnologica, l’uomo che lo ha intentato era a Pechino, nella delegazione di Donald Trump in visita di Stato in Cina.
Un’assenza che il suo stesso team legale ha dovuto giustificare con le scuse ai giurati. E che dice già qualcosa, prima ancora che la giuria entri in camera di consiglio.
Il caso riguarda la trasformazione di OpenAI da fondazione no-profit a colosso valutato oltre 850 miliardi di dollari. Musk sostiene di essere stato manipolato per donare 38 milioni di dollari a un progetto che si è poi trasformato in qualcosa di radicalmente diverso da quanto pattuito.
Ovvero un’entità for-profit alimentata da decine di miliardi di investimenti esterni, Microsoft in testa, e orientata all’arricchimento dei suoi vertici piuttosto che al bene dell’umanità.
Chiede circa 150 miliardi di dollari di risarcimento, la rimozione di Altman e del presidente Greg Brockman, e che le somme vengano restituite alla fondazione originaria.
“Se non credete [ad Altman], non possono vincere”
La strategia di chiusura del team Musk è stata chiara: distruggere la credibilità di Altman. L’avvocato Steven Molo ha ricordato ai giurati che cinque testimoni, tra cui l’ex chief scientist Ilya Sutskever e diversi ex membri del consiglio, hanno dichiarato sotto giuramento che il CEO di OpenAI è un bugiardo.
Ha citato il momento in cui, durante il controinterrogatorio, Altman non ha saputo rispondere con un sì netto alla domanda se fosse completamente affidabile. “La credibilità di Sam Altman è direttamente in gioco in questo processo,” ha detto Molo. “Se non gli credete, non possono vincere”.
Molo ha anche puntato sull’arroganza dei convenuti: Brockman che dichiara che la propria quota in OpenAI vale quasi 30 miliardi di dollari, mentre la fondazione no-profit avrebbe dovuto restare al centro della missione.
“L’arroganza, la mancanza di sensibilità, l’incapacità di tener conto del minimo senso del decoro è davvero, davvero ripugnante”, ha detto. Sul fronte Microsoft, la posizione di Musk è altrettanto dura: il colosso di Redmond, che ha investito oltre 13 miliardi di dollari in OpenAI, “era a conoscenza di quello che faceva OpenAI a ogni passo” e ne avrebbe agevolato la condotta.
“Il tocco di Mida nell’IA non ce l’ha”
OpenAI ha risposto colpo su colpo. L’avvocata Sarah Eddy ha accusato Musk di ricorrere a “slogan e false accuse irrilevanti”. E ha ricordato che già nel 2017, quando Musk era ancora nel consiglio, tutti sapevano che OpenAI aveva bisogno di risorse ben superiori a quelle raccoglibili come no-profit.
La tesi della difesa è diretta: Musk non voleva salvare l’umanità dall’IA, voleva controllare OpenAI. “Gli altri fondatori si sono rifiutati di consegnare le chiavi dell’AGI a una sola persona, figurarsi a Elon Musk”, ha detto Eddy.
A rafforzare questa lettura ci sono due argomenti difficili da smontare. Il primo: se Musk credesse davvero che l’IA debba servire l’umanità, non avrebbe spinto per incorporare OpenAI in Tesla né avrebbe fondato xAI come società a scopo di lucro.
Il secondo è il termine di prescrizione. Musk aveva tre anni per fare causa ma la sua azione legale è arrivata solo nell’agosto 2024, anni dopo che, secondo OpenAI, era già a conoscenza dei piani di crescita dell’azienda.
Eddy ha espresso incredulità rispetto all’affermazione di Musk di non aver letto un documento di quattro pagine del 2018 che illustrava esplicitamente i piani di raccolta di capitali esterni. “Uno degli uomini d’affari più sofisticati della storia del mondo” non avrebbe “fatto finta di niente”, ha detto. L’avvocato William Savitt è stato più tagliente parlando di “amnesia selettiva.”
Il suo affondo più memorabile è rimasto però quello sulla sostanza: “Il signor Musk potrà avere il tocco di Mida in alcuni ambiti ma non nell’IA. Per avere successo nell’IA, come si è visto, tutto ciò che il signor Musk sa fare è andare in tribunale”.
La posta in gioco
La giuria di nove persone inizierà le deliberazioni lunedì ma il suo verdetto sarà soltanto consultivo: la decisione finale spetta alla giudice Yvonne Gonzalez Rogers, che dovrà anche stabilire l’entità degli eventuali danni e le misure di ristrutturazione di OpenAI in caso di sconfitta dell’azienda.
È un meccanismo processuale che concentra nelle mani di un singolo giudice federale un potere di intervento potenzialmente enorme su una delle aziende più influenti al mondo.
Le conseguenze di una sentenza favorevole a Musk potrebbero essere esistenziali per OpenAI: addio all’IPO da mille miliardi, revisione forzata dei rapporti con Microsoft, Amazon e SoftBank, e un precedente capace di ridisegnare le regole di governance per tutti i laboratori di IA nati come fondazioni no-profit, Anthropic inclusa.
Non è un caso che l’intero settore stia guardando Oakland con estrema attenzione. Ciò che si decide in questa aula non riguarda solo il passato di OpenAI, ma il modello con cui l’industria dell’intelligenza artificiale potrà o non potrà continuare a raccogliere capitali e costruire potere.
Fonte: Reuters


