Sam Altman è arrivato in aula con un abito scuro e una cravatta color lavanda. Quando l’avvocato di Elon Musk, Steven Molo, gli ha chiesto cosa pensasse dell’accusa con cui il miliardario aveva aperto il processo (ossia che i fondatori di OpenAI avessero “rubato un ente benefico”), Altman si è preso qualche secondo prima di rispondere.
“Faccio fatica anche solo a capire quella formulazione. Siamo riusciti a costruire uno dei più grandi enti benefici del mondo. Questa fondazione sta svolgendo un lavoro straordinario e ne farà molto di più.”
È il terzo atto di un processo che si sta rivelando uno dei più rilevanti nella storia dell’industria tecnologica. Musk ha trascinato in giudizio OpenAI e il suo CEO sostenendo di essere stato indotto con l’inganno a donare decine di milioni di dollari a quella che all’epoca era una fondazione no-profit, salvo vederla trasformarsi in una società commerciale.
Chiede danni per oltre 130 miliardi di dollari, la rimozione di Altman dalla guida dell’azienda e il ripristino della struttura non-profit. OpenAI vale oggi 852 miliardi di dollari.
Altman ha controbattuto che la conversione era necessaria per raccogliere i capitali indispensabili a sviluppare i modelli di IA, e che Musk lo sapeva. Anzi: lo voleva ma a condizione di averne il controllo.
Novanta per cento, i figli, Tesla
Il cuore della testimonianza di Altman è una ricostruzione sistematica delle richieste di controllo avanzate da Musk sin dalla fondazione di OpenAI nel 2015 fino alla sua uscita dal consiglio nel 2018. Richieste che, nelle parole di Altman, rendono difficile sostenere che Musk fosse mosso da preoccupazioni etiche sulla concentrazione del potere nell’IA.
In una fase delle trattative, Musk aveva chiesto il 90% dell’equity della società, giustificando la pretesa con il proprio profilo pubblico. “Sono il più conosciuto”, avrebbe detto. “Se mando un tweet su questo, diventa immediatamente qualcosa di enorme”.
La quota fu oggetto di negoziato ma Musk insistette sempre per mantenere una partecipazione di controllo. Tra le opzioni discusse c’era anche l’assorbimento di OpenAI in Tesla.
Il momento più rivelatore, secondo Altman, arrivò quando i cofondatori chiesero a Musk cosa sarebbe successo a OpenAI se lui fosse morto. “Non ci avevo pensato molto”, avrebbe risposto, “forse il controllo passerebbe ai miei figli”. Altman ha descritto quell’istante come “particolarmente agghiacciante”.
OpenAI era nata con l’obiettivo esplicito di tenere l’intelligenza artificiale avanzata fuori dalle mani di un singolo individuo. E Musk, con la sua esperienza di fondatore, sapeva meglio di chiunque altro che chi ottiene il controllo raramente lo cede. Lo aveva visto accadere molte volte.
Musk, ha aggiunto Altman, “era disposto a ridurre la sua quota nel tempo ma non era disponibile a impegnarsi per iscritto a non mantenere il controllo a lungo termine.”
La gestione Musk: classifiche e tagli
Altman si è soffermato a lungo sulle conseguenze che i metodi manageriali di Musk hanno avuto sulla cultura interna di OpenAI. “Non credo che il signor Musk capisse come si gestisce un buon laboratorio di ricerca”.
Il caso più citato è quello della classificazione forzata dei ricercatori: Musk aveva preteso che Greg Brockman e Ilya Sutskever stilassero un elenco di tutti i ricercatori, ne elencassero i risultati, li mettessero in ordine e “passassero la motosega” su una parte di loro. È una pratica nota nell’industria, associata alla cultura manageriale degli anni Ottanta e mai particolarmente amata nei contesti dove si fa ricerca fondamentale.
“Per un laboratorio di ricerca, dove le persone hanno bisogno di sicurezza psicologica e di periodi lunghi per sviluppare un’idea, l’idea di dover costantemente dimostrare i propri risultati, pena il licenziamento, non funzionava affatto per il tipo di ricerca che poi abbiamo fatto con successo”.
L’uscita di Musk dal consiglio, nel 2018, fu in questo senso “un miglioramento del morale”, ha detto Altman. “Le persone pensavano: non dovremo più lavorare in questo modo”. Le dinamiche interne successive al licenziamento del novembre 2023, tra cui la deposizione di Sutskever e le sue 52 pagine sulle presunte disonestà di Altman, le abbiamo invece raccontate ieri.
Altman: “Ero nella stanza”
La difesa costruita da Molo si retta su un secondo pilastro: i conflitti di interesse personali di Altman. Il quale detiene quote personali in aziende che intrattengono rapporti commerciali con OpenAI, per un valore complessivo stimato intorno ai due miliardi di dollari.
Tra queste troviamo un terzo di Helion, startup sull’energia nucleare valutata oltre 5,4 miliardi (la sua quota vale circa 1,6 miliardi), una partecipazione rilevante in Reddit e una quota in Cerebras, produttore di chip atteso a un’offerta pubblica iniziale da circa cinque miliardi di dollari.
Altman ha ammesso i conflitti e ha sostenuto di essersi ricusato dalle discussioni del consiglio che lo riguardavano direttamente. Ma sulla trattativa con Reddit (dove OpenAI ha firmato un accordo di licenza sui dati mentre Altman era azionista del social network), Molo lo ha incalzato.
“C’era un evidente conflitto di interessi, giusto?” “Sì”. “E ha proceduto comunque? Ha condotto quella trattativa?”. “Con altre persone e con l’approvazione finale del consiglio. Ma ero nella stanza, sì”.
Alla domanda più diretta (“dice sempre la verità?”), Altman ha risposto: “Credo di essere una persona onesta. Sono sicuro che in qualche momento della mia vita non lo sia stato”.
Più che un processo
Il processo Musk contro OpenAI non è soltanto una disputa tra ex soci su chi abbia tradito la missione originaria. È soprattutto una battaglia industriale tra due aziende in competizione diretta: xAI da un lato, OpenAI dall’altro. Musk ha fondato xAI nel 2023, un anno dopo aver lasciato il consiglio e mentre OpenAI raccoglieva miliardi e costruiva il rapporto con Microsoft.
La causa serve a logorare, a estrarre documenti interni e a seminare dubbi sulla governance di OpenAI in un momento in cui la società si prepara a quotarsi. Altman lo sa. E lo sanno i suoi avvocati, che hanno fatto notare come Musk fosse stato tenuto aggiornato su tutti gli sviluppi che oggi contesta, e invitato a partecipare agli investimenti che ora contesta come tradimento della missione no-profit.
Fonti: Financial Times, Wall Street Journal, TechCrunch


