Elon Musk ha preso posto sul banco dei testimoni martedì, in un tribunale federale di Oakland, California. Davanti a lui, nove giurati. Di fronte, gli avvocati di OpenAI e di Sam Altman. È iniziato così il processo che potrebbe ridisegnare la governance dell’intelligenza artificiale, non attraverso una legge del Congresso o un regolamento europeo, ma attraverso una sentenza su chi ha tradito chi nella storia di una startup nata come no-profit e diventata una delle aziende più valutate al mondo.
La causa è quella intentata da Musk contro OpenAI, Altman e il presidente Greg Brockman. L’accusa centrale: Musk avrebbe donato decine di milioni di dollari convinto di finanziare un’organizzazione senza scopo di lucro dedicata allo sviluppo sicuro dell’IA, e si sarebbe ritrovato invece a finanziare, a sua insaputa, quello che sarebbe poi diventato un colosso commerciale valutato 852 miliardi di dollari.
Di 26 contestazioni originali depositate nel 2024, al processo ne restano però solo due: arricchimento ingiusto e violazione del vincolo fiduciario della charity. Una contestazione per frode è stata archiviata venerdì scorso.
Quello che Musk chiede è considerevole. La rimozione di Altman e Brockman dai loro ruoli. Il versamento di oltre 180 miliardi di dollari dalla divisione commerciale di OpenAI alla sua controllante no-profit. E l’annullamento della recente conversione dell’azienda in una struttura di governance più tradizionale, quella che nel 2025 ha trasformato OpenAI in una public benefit corporation con il no-profit che detiene una quota di controllo sulla parte commerciale.
La tesi di Musk
Non appena seduto, Musk ha cercato di semplificare: “Penso che cercheranno di rendere questa causa molto complicata ma in realtà è molto semplice. Non è accettabile rubare una charity”. Nel diritto americano, con questo termine di indica un’organizzazione no-profit vincolata a una missione pubblica e soggetta a controllo fiduciario.
Musk ha poi alzato la posta, dichiarando che se avesse perso, il paese avrebbe rischiato di “perdere ogni charity in America.” È a quel punto che la giudice Yvonne Gonzalez Rogers è intervenuta, precisando ai giurati che quelle parole rappresentavano l’opinione personale di Musk e non avevano “alcun valore legale.”
La sera prima, mentre veniva selezionata la giuria, Musk aveva già anticipato la sua linea su X: Scam Altman e Greg Stockman hanno rubato una no-profit. Punto. Greg si è intascato decine di miliardi in azioni e Scam si è costruito decine di accordi paralleli con OpenAI, prendendosi una fetta per sé, stile Y Combinator”.
“Scam”, in inglese, significa truffa: il soprannome affibbiato a Sam Altman è anche un’accusa. Quanto a Brockman, “stock” sono le azioni societarie e qui Musk allude al fatto che nel passaggio di OpenAI a società commerciale, l’attuale Presidente di OpenAI si sarebbe attribuito decine di miliardi in azioni in quella che nasceva come organizzazione no-profit, dove nessuno avrebbe dovuto arricchirsi personalmente.
Scam Altman and Greg Stockman stole a charity. Full stop.
Greg got tens of billions of stock for himself and Scam got dozens of OpenAI side deals with a piece of the action for himself, Y Combinator style. After this lawsuit, Scam will also be awarded tens of billions in stock… https://t.co/R27ZeG9nNR
— Elon Musk (@elonmusk) April 27, 2026
Y Combinator è invece il noto acceleratore di startup americano che Altman ha guidato per cinque anni prima di approdare a OpenAI. Un periodo già segnato da sovrapposizioni poco trasparenti tra il suo ruolo all’acceleratore e i suoi interessi nascenti in OpenAI, tanto da spingere Y Combinator a chiedergli di scegliere tra i due incarichi quando la divisione commerciale di OpenAI prese forma nel 2019. L’allusione di Musk è che Altman abbia continuato a operare secondo quello stesso schema poco cristallino anche dentro OpenAI.
Questo post di Musk è stato citato dalla giudice Rogers, che ha redarguito Musk e minacciando un ordine restrittivo sulle comunicazioni pubbliche. Le parti hanno poi concordato di sospendere i post sui social per la durata del processo.
La risposta di Altman
La versione di OpenAI è radicalmente diversa. L’avvocato William Savitt ha detto ai giurati che Musk non solo era informato del piano per creare una struttura commerciale, ma che la supportava e che aveva chiesto di averne il controllo unilaterale. Quando i co-fondatori gli dissero no, Musk uscì dalla società.
“Siamo qui perché il signor Musk non ha ottenuto quello che voleva”, ha detto Savitt. “Ha lasciato OpenAI dicendo che avrebbero fallito di sicuro. I miei clienti hanno avuto il coraggio di andare avanti e di avere successo senza di lui.”
L’unica persona che sostiene di aver ricevuto promesse sul mantenimento della struttura no-profit, ha aggiunto Savitt, è Musk stesso.
Le origini, Larry Page e la paura di Google
Nella sua testimonianza, Musk ha ripercorso le ragioni che lo spinsero a co-fondare OpenAI nel 2015. Al centro, la preoccupazione per Google: l’azienda stava lavorando intensamente sull’IA, ma a suo avviso senza sufficiente attenzione alla sicurezza.
Ha raccontato una conversazione con il co-fondatore di Google Larry Page in cui gli aveva chiesto del rischio che l’IA potesse eliminare l’umanità. Page avrebbe risposto che un simile esito sarebbe stato “accettabile” finché l’IA fosse sopravvissuta.
Musk ha definito quella risposta “folle” e ha aggiunto che Page lo aveva chiamato “specista” per essere “a favore degli umani.” Da quella conversazione nacque, secondo Musk, la convinzione che il mondo avesse bisogno di un’altra azienda di IA per controbilanciare Google.
Musk ha anche testimoniato di aver convinto Ilya Sutskever, allora ricercatore di Google, poi co-fondatore di OpenAI, a lasciare il suo posto per aderire al progetto. Da quel momento, i rapporti con Page si sarebbero definitivamente interrotti.
L’avvocato di Musk, Steven Molo, ha rimarcato nelle arringhe di apertura che “senza Elon Musk, non ci sarebbe OpenAI”: contribuì al reclutamento dei fondatori e fornì almeno 44 milioni di dollari di finanziamenti iniziali.
Savitt ha opposto una lettura alternativa: i co-fondatori erano quelli che avevano lavorato sul campo, mentre Musk si presentava “ogni tanto” per dare consigli e “occasionalmente urlare alle persone di non muoversi abbastanza in fretta”.
Un grafico mostrato in aula ha illustrato come le donazioni degli altri finanziatori abbiano nel complesso superato quelle di Musk nel periodo 2016-2020.
La posta in gioco per OpenAI
Sullo sfondo di questa causa personale c’è qualcosa di più grande. OpenAI si prepara a una quotazione in borsa che potrebbe essere una delle più importanti della storia recente.
Un verdetto favorevole a Musk, anche solo parzialmente, potrebbe complicare o ritardare quella traiettoria, imponendo una revisione della struttura societaria che l’azienda ha costruito negli ultimi anni.
La giudice Rogers ha diviso il processo in due fasi: prima la responsabilità, poi i rimedi. Il verdetto della giuria nella prima fase sarà consultivo: sarà la giudice a prendere la decisione finale in entrambe le sezioni. La fase sulla responsabilità dovrebbe concludersi entro il 21 maggio.
Gli esperti legali considerano Musk sfavorito. Un’analista di diritto dell’IA sentita da CNBC ha osservato che “sarebbe senza precedenti per un tribunale, in una causa privata per violazione del vincolo fiduciario di una charity, ordinare i cambiamenti strutturali a OpenAI che Musk sta cercando.”
Ha aggiunto che i soggetti istituzionalmente preposti a vigilare sulla missione no-profit di OpenAI sono i procuratori generali della California e del Delaware. Non Musk, il cui xAI “ha uno dei peggiori track record sulla sicurezza dell’industria”.
La contro-narrazione di OpenAI
Il secondo giorno di udienza, che ha avuto luogo ieri, ha cambiato registro. Savitt ha condotto Musk attraverso decine di email e documenti interni, adottando un tono da pubblico ministero, con domande costruite per ottenere risposte secche, sì o no.
Musk ha retto male la pressione. “Le sue domande non sono semplici, sono progettate per ingannarmi,” ha detto a un certo punto. Poco dopo: “Posso rispondere senza che lei mi interrompa?”. “Non lo so”, ha risposto Savitt.
La tesi che OpenAI sta costruendo in aula è precisa. Musk non avrebbe versato la maggior parte dei fondi che aveva promesso. Nel 2017 avrebbe attivamente sottratto Andrej Karpathy (uno dei ricercatori più influenti dell’azienda, oggi figura di riferimento globale nel campo dell’IA), per portarlo in Tesla. Un’email mostrata in aula non lascia spazio a interpretazioni: “I ragazzi di OpenAI vorranno ammazzarmi, ma andava fatto”.
Musk ha replicato che Karpathy stava già pianificando di andarsene. Quanto alla svolta commerciale, i documenti mostrano che Musk partecipò attivamente alle discussioni, definendole poi, sul banco dei testimoni, semplice “brainstorming”. La lettura di Savitt è diversa: Musk voleva il controllo totale di OpenAI, i co-fondatori gli dissero no, e lui se ne andò.
Musk sotto torchio
La parte più imbarazzante per Musk è arrivata quando Savitt ha spostato il fuoco sulla sua credibilità come difensore della sicurezza dell’IA, la narrazione su cui poggia l’intera causa.
L’avvocato di OpenAI ha portato in aula il rapporto stretto tra Musk e Donald Trump, che ha smontato la regolamentazione federale sull’IA e si è opposto al diritto degli stati di limitare la tecnologia.
Ha poi sollevato il caso di Grok, il chatbot di xAI, risultato capace di generare immagini violente e sessualizzate. Infine ha chiesto a Musk delle “safety card”, le schede tecniche pubbliche con cui le aziende di IA documentano i rischi dei propri modelli. Musk ha risposto di non sapere cosa fossero. Il bello è che xAI le pubblica per Grok.
L’avvocato di Musk ha sollevato obiezioni ma la giudice Gonzalez Rogers le ha respinte senza esitazione: “Non si possono fare proclami grandiosi sulla sicurezza senza un minimo di controinterrogatorio”. Musk è atteso di nuovo sul banco oggi.
Fonte: New York Times


