A quindici anni, Leo Radvinsky gestiva già un’azienda. Si chiamava Cybertania, era registrata a nome di sua madre perché lui era ancora minorenne, e operava da Glenview, Illinois, nell’hinterland di Chicago.
Tra i suoi primi prodotti c’era un sito chiamato “Ultimate Passwords”, che prometteva agli utenti l’accesso a contenuti pornografici a pagamento, tramite password rubate. La sua società registrò centinaia di domini costruiti sui nomi delle celebrity del momento (come Britney Spears o Paris Hilton), che rimandavano a promesse di video espliciti.
Non era esattamente un curriculum convenzionale. Era, però, una lettura precoce e spregiudicata di dove stava andando internet.
Nel 2004 costruì MyFreeCams, anticipando di anni il fenomeno del camming: modelle che mescolavano chat informali con contenuti sessuali in diretta, a pagamento. Aveva capito qualcosa che l’industria pornografica tradizionale non aveva ancora visto, ossia che il prodotto non era il video, era l’illusione della relazione.
Quattordici anni dopo, nel 2018, comprò OnlyFans per una cifra mai resa pubblica. La piattaforma era allora poco più di un esperimento britannico di nicchia. Quell’acquisto si sarebbe rivelato una delle operazioni più redditizie della storia recente dell’industria dei contenuti digitali.
Il modello che ha cambiato tutto
La vera intuizione di Radvinsky non fu tecnica. Fu di scala. Come abbiamo già raccontato, il meccanismo è semplice: l’80% dei pagamenti va ai creator, il 20% resta alla piattaforma. Quella commissione, moltiplicata per tutti i creator, ha generato 7,2 miliardi di dollari di fatturato nell’anno conclusosi a novembre 2024, con oltre 377 milioni di utenti registrati.
OnlyFans non ha mai avuto bisogno di una forza vendita: ci hanno pensato i creator stessi, spingendo i propri follower da Instagram e TikTok verso pagine a contenuto esplicito accessibili solo a pagamento.
La pandemia del 2020 ha accelerato tutto in modo brutale. Le persone bloccate in casa cercavano, alternativamente, modi per guadagnare o erano disposte a pagare per alleviare la solitudine.
OnlyFans era esattamente nel posto giusto al momento giusto, non per fortuna ma perché Radvinsky aveva costruito un sistema capace di intercettare entrambe le domande contemporaneamente.
Nel 2021 la piattaforma aggiungeva quasi 300.000 nuovi utenti al giorno. Dal 2021 a oggi, la società madre Fenix International ha distribuito oltre 1,8 miliardi di dollari in dividendi a Radvinsky e alla sua fondazione.
È un flusso di cassa che non ha equivalenti nell’industria dell’intrattenimento digitale, costruito senza venture capital, senza quotazione in borsa, senza il clamore delle startup della Silicon Valley.
L’uomo che nessuno conosceva
Radvinsky rifuggiva i riflettori con una coerenza quasi programmatica. Il suo sito personale, essenziale, parlava di software open source e filantropia. Lui e sua moglie Katie hanno donato 23 milioni di dollari per la ricerca oncologica gastrointestinale.
Sul sito aveva scritto di voler un giorno aderire al Giving Pledge, l’impegno pubblico di alcuni miliardari a donare la maggior parte del proprio patrimonio. Era, come abbiamo già raccontato, un tentativo di costruirsi una seconda reputazione: quella del filantropo, non del re della pornografia online.
Da bambino giocava a scacchi a livello agonistico. Si era laureato in economia alla Northwestern University. Niente di tutto questo compariva nelle cronache dell’industria che aveva contribuito a trasformare.
Alla fine del 2024 ha trasferito le sue quote in Fenix International a una fondazione, un gesto che si presta a due letture insieme: pianificazione successoria e presa di distanza dall’asset che lo aveva reso miliardario
L’eredità aperta di Radvinsky
La morte di Radvinsky a 43 anni, dopo una lunga malattia, lascia OnlyFans in una fase di transizione già in corso. Come abbiamo scritto, la trattativa per cedere il 60% della società ad Architect Capital (a una valutazione di 3,5 miliardi, meno della metà degli 8 miliardi inizialmente richiesti), è ancora aperta. La portavoce dell’azienda ha declinato ogni commento sullo stato delle trattative.
Il paradosso che Radvinsky si è portato dietro per tutta la vita professionale resta irrisolto: ha costruito uno dei motori di profitto più efficienti dell’internet contemporanea, ma quel motore era anche la ragione per cui nessuno vuole toccarlo apertamente.
Le banche riluttanti, i processori di pagamento con le loro politiche restrittive, gli investitori istituzionali allergici allo stigma. Un impero da miliardi che il mercato dei capitali convenzionale non ha mai voluto davvero abbracciare.
Radvinsky ha cominciato da adolescente a registrare domini con nomi di star, convinto che ci fosse denaro nell’attenzione degli utenti verso i contenuti proibiti. Aveva ragione. Ma quella ragione non si è mai tradotta in rispettabilità e forse, nei fatti, non gli gli è mai interessato più di tanto.
Fonti: Wall Street Journal, TechCrunch


