L’Italia ieri ha notificato richieste fiscali formali a Meta, X e LinkedIn, completando così l’ultimo passaggio di un’indagine pionieristica sull’IVA applicata ai colossi tecnologici americani.
Si tratta del primo caso del genere in Europa e potrebbe avere ripercussioni profonde sull’intero assetto fiscale del digitale nei 27 Paesi membri dell’Unione.
L’indagine riguarda nello specifico la tassazione delle interazioni tra piattaforme e utenti, basate sullo scambio di dati personali in cambio dell’accesso a servizi digitali.
Le cifre in gioco
Il fisco italiano ha così chiesto a Meta 887,6 milioni di euro, a X (ex Twitter) 12,5 milioni e a LinkedIn, social controllato da Microsoft, circa 140 milioni. L’indagine copre un periodo ampio, che va dal biennio 2015-2016 fino al 2021-2022, ma le notifiche attuali riguardano solo le annualità più a rischio di prescrizione, cioè quelle iniziali.
È una cifra significativa nel caso di Meta, che rappresenta da sola quasi il 90% dell’importo totale richiesto. Ma al di là delle somme, ciò che rende il caso rilevante è la sua natura: non si parla di mancato pagamento diretto su ricavi o utili, ma della presunta evasione dell’IVA su un meccanismo alla base stessa dei social network.
Secondo la tesi avanzata dal fisco, quando un utente si iscrive a Facebook, Instagram, X o LinkedIn, accede gratuitamente alla piattaforma ma, in cambio, fornisce dati personali che vengono raccolti e utilizzati a fini pubblicitari.
Per l’Agenzia delle Entrate si tratterebbe quindi di una forma di “compenso in natura”, assimilabile a un corrispettivo, dunque tassabile.
Questa è una linea interpretativa che, se confermata, potrebbe rivoluzionare il rapporto tra fiscalità e servizi digitali gratuiti. E che, finalmente, va nella direzione di dare ai dati personali quel valore economico finora trascurato (si veda la news qui sotto).
“Fornire accesso a piattaforme online agli utenti non dovrebbe essere soggetto a IVA”, ha replicato Meta in una dichiarazione rilasciata a Reuters, aggiungendo di aver “collaborato pienamente con le autorità per adempiere ai nostri obblighi previsti dalla normativa UE e locale”.
LinkedIn, invece, ha fatto sapere di “non avere nulla da condividere al momento”.
Lo spartiacque europeo sull’IVA
Dal momento che l’IVA è un’imposta armonizzata a livello comunitario, la vertenza italiana potrebbe fare da apripista per altri Paesi europei.
Se infatti il principio dell’equivalenza tra dati e denaro dovesse essere riconosciuto a livello giurisprudenziale o normativo, l’intero modello di business basato su servizi gratuiti e raccolta dati potrebbe subire un radicale ridisegno.
Per ora l’Italia è il primo Paese ad aver portato avanti un’azione formale di questo tipo, ma le sue mosse sono osservate con grande attenzione a Bruxelles.
Non si tratta solo di capire quanto e cosa dovranno pagare i giganti del tech ma di decidere come tassare l’economia digitale del futuro.


