Per mesi le preoccupazioni attorno a Oracle si sono manifestate quasi esclusivamente sul fronte borsistico.
Il titolo ha perso circa il 50% rispetto ai massimi di settembre, una dinamica che molti investitori hanno interpretato come una correzione dopo la corsa alimentata dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale, più che come il segnale di un problema strutturale.
Ora però quel nervosismo sembra essersi spostato dal mercato finanziario ai cantieri veri e propri, mettendo in discussione la capacità del gruppo di sostenere alcuni dei suoi progetti più ambiziosi.
Il passo indietro di Blue Owl
Il segnale più concreto è arrivato dal fronte dei finanziamenti. Secondo il Financial Times, Blue Owl Capital avrebbe deciso di sfilarsi da un progetto da 10 miliardi di dollari per un data center di Oracle, giudicando sfavorevoli le condizioni legate al debito.
Una scelta che ha riportato al centro il tema dell’indebitamento di Oracle e delle ricadute concrete sulla sua capacità di portare avanti i grandi progetti infrastrutturali.
Il fatto ha riacceso a un altro timore che circola da giorni a Wall Street: la possibilità che Oracle possa ritardare la consegna di alcuni data center destinati a OpenAI.
L’ipotesi era stata segnalata per la prima volta da Bloomberg, salvo poi essere smentita dalla stessa Oracle. Ma il punto, a questo stadio, non è tanto la fondatezza della singola indiscrezione quanto il clima che la rende credibile agli occhi del mercato: quando il debito diventa un tema centrale, anche i progetti legati all’intelligenza artificiale vengono letti attraverso quella lente.
L’effetto domino sui mercati
La tensione non è rimasta confinata a Oracle. Le azioni del gruppo sono scese del 5,4% in una sola seduta, portando le perdite mensili oltre l’11%, e hanno trascinato con sé una parte dell’ecosistema dei semiconduttori e dell’hardware per l’intelligenza artificiale.
Titoli come Broadcom, Nvidia e Advanced Micro Devices hanno risentito del clima, contribuendo a una giornata negativa per i principali indici statunitensi e rafforzando la sensazione che il mercato stia iniziando a interrogarsi sulla solidità finanziaria dell’intera filiera.
In questo scenario si inserisce anche il giudizio di Bank of America, che fotografa bene l’ambiguità del momento. Da un lato, secondo gli analisti, il cosiddetto trade sull’intelligenza artificiale (cioè la scommessa di mercato sulle aziende esposte al boom dell’IA), potrebbe continuare a sostenere le quotazioni fino al 2026, almeno nel breve e medio periodo.
Dall’altro, mettono nero su bianco un avvertimento che suona sempre meno teorico: “A nostro avviso, questa progressione conferma la nostra tesi secondo cui una bolla dell’IA di dimensioni maggiori continua a costruirsi”.
Il paradosso è tutto qui. L’intelligenza artificiale continua ad attrarre capitali, investimenti e ambizioni industriali senza precedenti. Ma il caso Oracle mostra come, a un certo punto, la corsa all’infrastruttura debba fare i conti con una variabile meno affascinante e molto più concreta: la sostenibilità del debito.
E capire quando sarà il momento di smettere di comprare e iniziare a vendere, come sempre, resta la parte più difficile.
Fonti: Financial Times, Bloomberg, CNBC


