L’Europa è fuori dai giochi della tecnologia. Irrimediabilmente?

by | 20 Mag 2025 | Politica, Tecnologia

Illustrazione: ChatGPT
Tempo di lettura: 4 minuti

L’Europa è a un bivio tecnologico esistenziale: incapace di competere con Stati Uniti e Cina, rischia di perdere definitivamente la corsa all’innovazione digitale. E il problema non è nuovo ma sistemico, con ripercussioni profonde sull’economia e sul futuro del continente.

A dirlo non siamo noi ma uno spaccato impietoso del Wall Street Journal, i cui numeri raccontano una realtà impietosa: solo quattro delle 50 maggiori aziende tech al mondo sono europee, nonostante il continente rappresenti il 21% dell’economia globale e vanti una popolazione superiore a quella statunitense.

Ancora più significativo è il dato sulla capacità di generare nuove imprese innovative: negli ultimi 50 anni, gli Stati Uniti hanno creato da zero 241 aziende con una capitalizzazione superiore ai 10 miliardi di dollari, mentre l’Europa ne ha prodotte solo 14.

L’economia dell’Unione Europea è attualmente un terzo più piccola di quella statunitense e cresce a un terzo del ritmo degli USA negli ultimi due anni. Un divario che si riflette nella produttività: negli anni ’90, un lavoratore europeo produceva il 95% di quanto produceva un americano, oggi questa percentuale è scesa sotto l’80%.

Le cause strutturali del ritardo dell’Europa

“Questa è una sfida esistenziale”, ha scritto Mario Draghi, l’ex presidente della BCE incaricato dalla Commissione Europea di indagare sulle cause della stagnazione economica del continente.

Nel suo rapporto pubblicato lo scorso settembre, Draghi ha evidenziato come l’assenza di un settore tecnologico florido rappresenti un fattore determinante: “L’UE è debole nelle tecnologie emergenti che guideranno la crescita futura”.

Il divario tecnologico europeo affonda le radici in problemi strutturali che sembrano insormontabili: una cultura imprenditoriale timida e avversa al rischio, leggi sul lavoro eccessivamente rigide, una regolamentazione spesso soffocante, scarsa disponibilità di capitale di rischio e una crescita economica e demografica stagnante.

Nonostante l’Europa possa vantare università di ricerca di primo livello e un’abbondanza di talenti scientifici e ingegneristici, molti di questi finiscono per alimentare aziende americane. Alcuni esempi di successo europeo come Spotify, Revolut e Klarna rappresentano l’eccezione piuttosto che la regola.

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Il venture capital è arrivato tardi nel continente ma nell’ultimo decennio fondi statunitensi come Sequoia, Lightspeed, Iconiq e NEA hanno aperto sedi in Europa, riconoscendone il potenziale inespresso.

La situazione è particolarmente evidente nel settore dell’intelligenza artificiale. Mentre Stati Uniti e Cina, spinti da capitali di rischio e investimenti pubblici, stanno investendo massicciamente in IA e altre tecnologie emergenti, in Europa gli investimenti in venture capital nel tech ammontano a un quinto rispetto a quelli statunitensi.

Il venture capitalist statunitense Marc Andreessen ha sintetizzato efficacemente questa disparità con un meme sul suo account X: si vedono OpenAI e la cinese DeepSeek lottare per il dominio globale dell’IA, mentre un personaggio con la bandiera dell’UE appare assorto nell’osservazione di un tappo di plastica legato a una bottiglietta, chiaro riferimento alle nuove normative europee sul riciclo.

Il messaggio è eloquente: l’Europa sta combattendo le battaglie sbagliate.

La fuga delle startup e dei talenti

Le difficoltà che le startup europee incontrano nel loro percorso di crescita sono molteplici. La maggior parte non riesce a svilupparsi al ritmo di quelle statunitensi: finiscono per trasferirsi, vengono acquisite o stringono partnership con aziende americane. Un esempio emblematico è Deliveroo, che ha recentemente accettato di vendere la propria attività a DoorDash per 3,9 miliardi di dollari.

Anche i campioni europei dell’intelligenza artificiale tendono ad allearsi con aziende americane. DeepMind, con sede a Londra, è stata acquisita da Google nel 2014, mentre Mistral AI, startup parigina, ha siglato accordi con Microsoft, Google e Amazon.

La complessità regolamentare rappresenta un altro ostacolo significativo. Crescere velocemente in Europa è difficile: ogni paese ha lingua, leggi e sistemi fiscali propri. Le leggi sul lavoro rallentano la mobilità con preavvisi di tre mesi e clausole di non concorrenza che possono durare fino a sei mesi.

Le normative europee, concepite principalmente per contenere l’espansione dei giganti tecnologici, finiscono per rappresentare un ostacolo anche per le giovani startup. “È più facile per le grandi aziende di intelligenza artificiale statunitensi o cinesi spostarsi in Europa che per una startup europea nascere e crescere da qui”, ha affermato Sebastian Steinhäuser di SAP.

Meta ha ritardato di quasi un anno il lancio in Europa del suo modello di IA a causa delle regole comunitarie, mentre Apple ha posticipato l’introduzione delle nuove funzioni di intelligenza artificiale per iPhone.

Un futuro incerto

Il problema del ritardo tecnologico europeo non è solo economico o normativo, ma anche culturale. Le città europee dominano le classifiche per qualità della vita, spesso molto avanti rispetto a quelle americane. Tuttavia, secondo il WSJ questo stile di vita può ridurre la propensione al rischio, così come la cultura dell’uguaglianza che tende a guardare con sospetto l’ambizione spinta.

Il rapporto Draghi, secondo Andrew McAfee, ricercatore al MIT Sloan e cofondatore della startup Workhelix, pur offrendo un’ottima diagnosi del problema, sbaglia la cura: ha chiesto più spesa pubblica, quando il vero problema è la scarsità di capitale privato. “A quel punto ho smesso di annuire e ho cominciato a sbattere la testa sul tavolo”, ha commentato McAfee.

L’Europa si trova quindi di fronte a un bivio cruciale: continuare sulla strada attuale, con il rischio di rimanere permanentemente indietro nella corsa tecnologica globale, oppure intraprendere riforme radicali che possano rivitalizzare il suo ecosistema innovativo.

Il paradosso, evidente, è quello di un continente con eccellenti università, talenti di primo livello e una tradizione scientifica storica, ma incapace di trasformare questi vantaggi in leadership tecnologica.

La sfida per i policymaker europei sarà quella di trovare un equilibrio tra i valori fondamentali dell’Unione, come la protezione dei diritti dei lavoratori e dei consumatori, e la necessità di creare un ambiente favorevole all’innovazione e all’imprenditorialità.

Nel frattempo, il rischio è quello di assistere a un ulteriore allargamento del divario tecnologico, con l’Europa relegata al ruolo di consumatore passivo di innovazioni sviluppate altrove, piuttosto che protagonista attiva nel plasmare il futuro digitale globale.

Dopo aver in gran parte perso la prima rivoluzione digitale, l’Europa sembra destinata a perdersi anche la prossima, a meno che non si verifichi un cambiamento di rotta radicale e tempestivo. Questo scenario rappresenta una minaccia non solo per la competitività economica del continente ma anche per la sua rilevanza geopolitica in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia.

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