Cinque contro cinque, falchi contro colombe: in 5,3 secondi i predatori hanno annientato le prede. Non è un documentario naturalistico ma una simulazione di combattimento tra droni condotta dai ricercatori dell’Università Beihang, uno dei “Sette Figli della Difesa” (ossia le sette università cinesi storicamente legate al complesso militare-industriale).
Osservando come i falchi selezionano le prede più vulnerabili, gli ingegneri hanno addestrato droni difensivi a individuare e distruggere quelli più deboli. Ai droni d’attacco, invece, è stato insegnato a schivare i difensori ispirandosi al comportamento evasivo delle colombe.
La ricerca ha fruttato un brevetto nell’aprile 2024, uno delle centinaia concessi negli ultimi anni per progressi in quella che i militari chiamano “intelligenza di sciame”. Ovvero la capacità di far agire grandi numeri di droni in modo coordinato, come stormi di uccelli o banchi di pesci, seguendo regole algoritmiche che permettono decisioni collettive senza intervento umano.
È il principio che potrebbe ridefinire la guerra del futuro e la Cina ci sta puntando tutto. Altri ricercatori cinesi stanno perfezionando algoritmi ispirati al comportamento di formiche, pecore, coyote e persino balene, cercando di replicare l’efficienza con cui la natura coordina i movimenti di gruppo.
Il vantaggio industriale che cambia gli equilibri
Nella Guerra Fredda dell’intelligenza artificiale tra Stati Uniti e Cina, l’uso militare della tecnologia è diventato rapidamente uno dei terreni di scontro più caldi.
Pechino parte con un vantaggio schiacciante: le fabbriche cinesi producono oltre l’80% dei piccoli droni mondiali, con una capacità di sfornare un milione o più di unità economiche e performanti ogni anno. Gli Stati Uniti, con una catena di approvvigionamento più debole, ne producono decine di migliaia a prezzi molto superiori.
L’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) non ha perso tempo a ostentare questo vantaggio. L’emittente statale cinese nel 2024 ha mostrato Swarm 1, un sistema montato su camion capace di lanciare fino a 48 droni ad ala fissa alla volta, coordinabili in sciami fino a 200 unità per missioni di ricognizione, attacco e inganno. A dicembre ha volato per la prima volta il Jiutian, un imponente drone “nave madre” progettato per rilasciare sciami di droni più piccoli.
A settembre, in una parata militare, l’Esercito Popolare di Liberazione ha invece sfilato con un branco di “lupi robot” (versioni potenziate e armate dei cani robot) che il produttore, la statale China South Industries Group, punta a collegare con sciami aerei per creare “un nuovo modello di combattimento collaborativo efficiente.”
Droni, tra fantascienza e realtà
Dall’inizio del 2022, enti cinesi hanno pubblicato centinaia di brevetti relativi all’intelligenza di sciame, contro poche decine negli Stati Uniti. La discrepanza riflette anche differenze culturali: le università cinesi danno grande peso alle pubblicazioni brevettuali nel valutare le carriere accademiche. E tra il brevetto e il campo di battaglia c’è un abisso.
“Questi veicoli non hanno ancora una percezione sufficientemente sviluppata per localizzarsi a vicenda,” spiega Justin Bradley, esperto di sistemi autonomi alla North Carolina State University. I sistemi attuali dipendono dalla comunicazione radio, facilmente disturbabile dalla guerra elettronica.
Alcune gare d’appalto dell’EPL rivelano ambizioni che sembrano uscite dalla fantascienza: un sistema mobile di guerra cognitiva capace di creare deepfake e proiettarli con laser su edifici, cani robot per la ricognizione, un “sistema di intervento sulla coscienza” montato su veicolo che colpisce i bersagli con suoni a decibel quasi sufficienti a perforare i timpani.
“Sembra un sogno febbrile dell’IA militare cinese,” commenta Sam Bresnick del Center for Security and Emerging Technology di Georgetown. “La logica è: qualcuno può costruire una cosa simile, e poi possiamo produrla su larga scala?”
Pechino non si fida dei “cinque incapaci”
L’intelligenza di sciame offre anche una soluzione a un problema che Xi Jinping denuncia da un decennio. Ovvero quello dei “cinque incapaci,” i comandanti dell’EPL che non sanno valutare situazioni, prendere decisioni operative, cogliere le intenzioni dei superiori, dispiegare truppe efficacemente o gestire imprevisti.
L’esercito cinese non combatte una guerra dal 1979, e la struttura di comando rigidamente verticistica, opposta all’approccio americano che addestra i soldati a decidere autonomamente, rende l’IA ancora più attraente come strumento per orchestrare operazioni direttamente da Pechino.
“A livello tattico, c’è un consenso crescente negli scritti militari cinesi sul fatto che i sistemi autonomi abbiano il potenziale di ottenere prestazioni migliori degli umani,” osserva Sunny Cheung della Jamestown Foundation.
Le lezioni dall’Ucraina hanno rafforzato questa convinzione: il disturbo dei segnali rende sempre più difficile controllare i droni a distanza, aumentando il valore di macchine che eseguono ordini in autonomia.
Anche il Pentagono prova a recuperare terreno: ha dispiegato un drone kamikaze a lungo raggio da 35.000 dollari, un prezzo sorprendentemente accessibile. Auterion, startup con sedi in Virginia e Monaco, ha dimostrato la sua tecnologia di sciame durante esercitazioni dell’esercito americano alle Hawaii a novembre, lanciando sette droni simultaneamente con due che si sono staccati in un attacco suicida simulato.
I test della Marina sul sistema Lattice di Anduril Industries, che dovrebbe consentire il coordinamento di sciami, si sono invece conclusi a maggio con un fallimento.
Taiwan, la scatola nera e il vuoto normativo
Lo scenario più probabile per il debutto degli sciami cinesi è un conflitto su Taiwan. Dopo un attacco missilistico iniziale, l’EPL potrebbe inviare sciami da 80 chilometri di distanza per pattugliare lo spazio aereo sopra l’isola, cercare caccia taiwanesi o difese aeree superstiti, e attaccarli direttamente o segnarli per missili a lungo raggio.
“Si potrebbe avere questa densa quantità di potenza di fuoco lassù che scansiona e cerca costantemente, rendendo molto difficile per Taiwan condurre operazioni difensive,” spiega Stacie Pettyjohn del Center for a New American Security.
Le preoccupazioni maggiori riguardano però l’opacità delle decisioni algoritmiche. “Una volta che un sistema d’arma a intelligenza artificiale produce rischi per la sicurezza, la ‘scatola nera algoritmica’ può diventare una scusa razionalizzata per sottrarsi alle responsabilità,” ha scritto Zhu Qichao, stratega dell’Università della Difesa Nazionale cinese.
Governi e organizzazioni chiedono regole globali, ma nessuno vuole fermarsi per primo. “Le applicazioni militari dell’IA sono in piena espansione, quindi le sue conseguenze devono ancora essere pienamente scoperte,” taglia corto Zhou Bo, colonnello in pensione dell’EPL. La corsa dunque continua, senza regole.
Fonte: The Wall Street Journal


