“Un avversario determinato può tagliare il cavo con relativa facilità nelle acque basse.” David Brewster, ricercatore di sicurezza marittima all’Australian National University, non usa giri di parole.
E il problema è che quella frase vale per quasi tutti i 150-200 guasti che si registrano ogni anno sulla rete di cavi sottomarini attraverso cui transita oltre il 95% del traffico dati intercontinentale: comunicazioni finanziarie, militari, civili, ovvero la spina dorsale di internet globale. Un’infrastruttura che ha il diametro di una pallina da ping-pong e che nessuno sa davvero come proteggere.
Il trascinamento delle ancore delle navi commerciali è il principale meccanismo di rottura. I cavi sono rivestiti di filo d’acciaio ma quella protezione non regge allo strappo di un’ancora di grossa stazza. “Le ancore sulle cargo sono enormi”, spiega Tim Stronge di TeleGeography. “Un po’ d’acciaio in più non basterà a impedire che venga strappato.”
Vicino alla riva i cavi vengono interrati ma non oltre una certa profondità. In acque basse, il margine di manovra di chi volesse danneggiare un cavo è ampio. Eppure, proprio mentre si discute di come difenderli, la rete si sta espandendo a un ritmo senza precedenti.
A metà febbraio erano in programma 119 nuovi cavi a livello globale, rispetto ai 98 di un anno fa e ai 66 del gennaio 2020. La crescita dell’IA spinge la domanda di capacità di rete, i data center moltiplicano i flussi di dati intercontinentali, e con essi cresce la superficie esposta.
Il problema dell’attribuzione
Cina e Russia negano qualsiasi coinvolgimento nei tagli ai cavi. Ed effettivamente dimostrare che un comandante abbia agito su ordine di Pechino o Mosca, è straordinariamente difficile: molte delle navi coinvolte battono bandiere di paesi terzi, le cosiddette bandiere di comodo, costruendo una catena di responsabilità quasi impossibile da risalire in sede diplomatica o legale.
“Questa difficoltà di attribuzione ha paralizzato la risposta della comunità internazionale”, ha dichiarato Jason Hsu, ex legislatore taiwanese ora all’Hudson Institute, in una testimonianza scritta a una commissione legislativa statunitense.
I casi taiwanesi mostrano però che l’attribuzione non è sempre impossibile. I tagli ai cavi del 2023 e del 2025 hanno colpito con precisione i punti in cui avrebbero causato i danni maggiori. Difficile credere all’incidente.
A seguito di un episodio dell’anno scorso, un tribunale taiwanese ha condannato il comandante di una nave battente bandiera del Togo, un cittadino cinese, a tre anni di carcere per danneggiamento intenzionale. Le autorità di Taipei stanno ora indagando su un’altra nave cinese, inviata a recuperare un peschereccio in difficoltà, per il possibile danneggiamento di un cavo vicino a una delle isole periferiche dell’isola il mese scorso.
Nel frattempo, alcuni analisti segnalano che la Cina starebbe lavorando per potenziare ulteriormente questa capacità: ricercatori cinesi avrebbero sviluppato un dispositivo con una mola rivestita di diamante in grado di tagliare cavi fino a circa 4.000 metri di profondità, rendendo vulnerabile anche il fondale oceanico profondo. I ricercatori l’hanno presentato come strumento per per estrarre o raccogliere risorse dal fondale marino.
Le risposte in campo: pattugliamenti, rotte e ridondanza
L’unica risposta militare concreta è arrivata nel Baltico. Dal gennaio 2025 la NATO ha avviato l’operazione Baltic Sentry, che vede navi, droni e aerei monitorare la cosiddetta “flotta fantasma” russa, ossia le imabracazioni sanzionate sospettate di attività ostili.
I risultati ci sono stati: per quasi un anno non si sono registrati incidenti sospetti. Poi, a fine 2024, le autorità finlandesi hanno preso il controllo di una nave sospettata di aver danneggiato un cavo. Quest’anno l’alleanza prevede di impiegare un numero maggiore di imbarcazioni senza equipaggio.
“È una missione continua ed è difficile da portare avanti”, ha detto il comandante Arlo Abrahamson, portavoce dell’Allied Maritime Command. Ma dimostra, ha aggiunto, che “l’alleanza può ottenere deterrenza attraverso l’azione collettiva”.
Taiwan si muove su un piano diverso: più pattuglie della guardia costiera, sanzioni più severe per chi danneggia i cavi, e una pressione crescente sugli operatori privati affinché scelgano rotte che evitino le acque più contese.
Alcuni nuovi cavi già aggirano il centro del Mar Cinese Meridionale, costeggiando le Filippine. Singapore punta invece sulla ridondanza: il piano è raddoppiare i cavi connessi all’isola, portandoli a oltre 50, e moltiplicare le aree di approdo. “Riuscire a dirottare rapidamente il traffico su un altro cavo è il modo migliore per garantire la resilienza”, ha spiegato un dirigente dell’autorità delle telecomunicazioni singaporiana.
I cavi che ascoltano il fondo dell’oceano
Sul fronte tecnologico si muovono sia startup che grandi aziende della difesa. Una delle soluzioni più promettenti si chiama distributed acoustic sensing: un dispositivo invia impulsi laser lungo l’intera lunghezza del cavo; quando un suono esterno fa vibrare il cavo, la luce che rimbalza indietro cambia, rivelando cosa sta accadendo e dove.
“Possiamo dirvi che è una petroliera, una barca da pesca, una speedboat, una barca a vela”, ha dichiarato Zack Spica, professore all’Università del Michigan e co-fondatore di Lumetec. Particolarmente utile quando una nave ha disattivato il transponder di localizzazione.
Anduril Industries, una delle aziende di tecnologia per la difesa di nuova generazione più attive negli Stati Uniti, di cui abbiamo già raccontato il profilo, ha sviluppato un dispositivo chiamato Seabed Sentry: si deposita sul fondale e può restarci per mesi, rilevando le navi in transito grazie a un array sonar. È utile per monitorare punti di passaggio obbligato o imboccature di porto.
Resta il fatto che nessuna di queste soluzioni risolve il problema alla radice. Rilevano, scoraggiano, documentano. Ma non impediscono. E mentre governi e aziende corrono ai ripari, la rete sottomarina cresce, e con essa la posta in gioco.
Fonte: Wall Street Journal


