Jeff Bezos si è seduto davanti ad Andrew Ross Sorkin della CNBC ieri mattina, dal Rocket Factory di Blue Origin in Florida, e in poco più di un’ora ha toccato quasi tutti i fronti caldi del momento: le tasse, i miliardari, l’intelligenza artificiale, Donald Trump.
Il fondatore di Amazon ha aperto con un tono quasi populista. Ha chiesto di azzerare l’imposta sul reddito per la metà più povera dei contribuenti, ricordando che l’1% più ricco versa circa il 40% del gettito fiscale mentre la metà più povera contribuisce per il 3%. “Non credo dovrebbe essere il 3%”, ha detto. “Penso dovrebbe essere zero”.
E per rafforzare il concetto ha preso ad esempio un’ipotetica insegnante del Queens che, con uno stipendio di 75.000 dollari l’anno, ne verserebbe più di 12.000 in tasse: “ha senso?”, ha chiesto. Una posizione, questa, che ricalca quella di diversi democratici.
La difesa dei miliardari
Subito dopo aver riconosciuto le difficoltà di milioni di americani, Bezos ha cambiato registro. Il problema, secondo lui, non sono i ricchi: sono i politici che, “scelgono un cattivo e puntano il dito”.
Il bersaglio è il sindaco di New York Zohran Mamdani, che qualche tempo fa ha girato un video davanti all’attico da centinaia di milioni di dollari del finanziere Ken Griffin per promuovere una tassa sulle seconde case di lusso.
Bezos non si è opposto alla tassa in sé (l’ha definita “una cosa giusta da fare per New York”) ma al metodo. Sul proprio conto è stato netto: “Pago miliardi di dollari di tasse”, ha risposto a chi, come la senatrice Elizabeth Warren, lo accusa di versare troppo poco.
E ha aggiunto una frase che gli si è subito ritorta contro: “Potreste raddoppiare le tasse che pago, e non aiuterà comunque quell’insegnante del Queens”. Il sindaco di New York, Mamdani, ha prontamente replicato su X: “Conosco qualche insegnante nel Queens che non sarebbe d’accordo”.
I know a few teachers in Queens who would beg to differ. https://t.co/JEnRnM2xII
— Mayor Zohran Kwame Mamdani (@NYCMayor) May 20, 2026
Bezos ha anche negato di ricorrere alla strategia del “compra, prendi a prestito, muori”, che consiste nel prendere denaro a prestito a garanzia delle proprie azioni per abbattere il carico fiscale, sostenendo di vendere titoli Amazon con regolarità. E quando Sorkin gli ha ricordato che Elon Musk contrae grossi prestiti garantiti dalle sue azioni, ha glissato: se davvero è una scappatoia, ha detto, allora si corregga.
“L’IA va bene”
È sull’intelligenza artificiale che Bezos ha alzato di più la voce. Ai detrattori che temono una distruzione di posti di lavoro ha risposto che hanno “completamente torto”. La tecnologia, secondo lui, non sostituirà i lavoratori: li “eleverà”.
Anche per i programmatori, la categoria oggi più esposta agli strumenti di coding basati sull’IA (come Cursor, di cui abbiamo scritto qui), il fondatore di Amazon non vede minacce, ma un salto di qualità: il lavoro, ha detto, “verrà fatto con un bulldozer invece che con una pala”.
Il punto è che questo ottimismo arriva mentre il settore tecnologico licenzia a ondate, spesso invocando proprio l’IA come motivo dei tagli. Bezos parla di lavoratori “elevati” dal vertice di un’industria che, nei fatti, sta riducendo il personale. E Amazon non fa eccezione.
Il messaggio e l’opinione pubblica
C’è però una condizione, per Bezos, ed è qui che l’intervista diventa un messaggio politico. L’IA migliorerà l’economia, ha detto il fondatore di Amazon, solo se “non la imbriglieremo con la regolamentazione troppo presto”. Tradotto: lasciatela correre.
È esattamente ciò che l’industria statunitense vuole sentirsi dire, in un momento in cui anche negli Stati Uniti il dibattito sulle regole dell’IA si fa serrato. Il problema è che l’ottimismo del fondatore di Amazon viaggia in direzione opposta rispetto all’umore del Paese.
Un recente sondaggio del Pew Research Center ha rilevato che metà degli adulti statunitensi è più preoccupata che entusiasta dell’uso crescente dell’IA nella vita quotidiana, con timori che vanno dall’istruzione al lavoro fino alle relazioni personali.
A questo si aggiunge l’ostilità montante verso i data center, che già sollevano proteste tra i residenti delle aree coinvolte. Bezos chiede meno regole, laddove una parte crescente dell’opinione pubblica chiede più tutele.
Bezos e Trump: la cornice del potere
A chiudere, Bezos ha descritto Donald Trump come una versione “più matura e disciplinata” rispetto al primo mandato, attribuendogli “molte buone idee” senza però scendere nei dettagli.
Ha respinto come “una falsità che non vuole morire” l’idea che il costoso documentario di Amazon su Melania Trump sia stato un modo per ingraziarsi il presidente, e ha rivendicato un ruolo apartitico per i leader d’impresa.
Resta una questione di fondo, mai sciolta nell’intervista. Lo stesso Bezos che invoca meno intervento dello Stato siede oggi più vicino che mai al potere, in un’amministrazione che nel frattempo è entrata ripetutamente nel mercato per favorire singole aziende, da Intel a Boeing fino a U.S. Steel.
“Sto dalla parte dell’America”, ha detto. “Ed è lì che dovrebbero stare i leader d’impresa.” Quale America, però, non lo chiarisce.
Fonte: CNBC


