Nato come progetto amatoriale in un salotto di North Beach, il quartiere italiano e bohemien di San Francisco, Cursor è diventato il simbolo più evidente della nuova corsa all’IA applicata allo sviluppo software.
Nel giro di due anni si è trasformato in uno degli strumenti più adottati e discussi dell’intero ecosistema tech. In milioni lo usano ogni giorno e, fra i suoi sostenitori più noti, compaiono Sam Altman di OpenAI e Jensen Huang di Nvidia, che ha dichiarato di volerlo introdurre presso tutti i suoi 40.000 programmatori.
La crescita è stata vertiginosa: la valutazione è passata da 2,5 miliardi di dollari a quasi 30 miliardi in meno di dodici mesi, e le vendite annualizzate sono cresciute da 100 milioni a 1 miliardo nel solo 2025. Anche per questo Cursor viene ormai descritto dagli investitori come “il prodotto in più rapida crescita di sempre”.
Eppure, dietro a questo ritmo impressionante si nasconde una fragilità: l’azienda non è ancora profittevole e dipende dai modelli fondazionali di OpenAI, Anthropic e Google, gli stessi giganti che stanno corteggiando gli sviluppatori che hanno reso grande Cursor.
Chi si trasformerà per prima in commodity?
La questione è diventata uno dei dibattiti più accesi della Silicon Valley. Da una parte ci sono i produttori di modelli fondazionali, come OpenAI e Anthropic, che investono miliardi per rendere i propri sistemi più economici, più competenti e più versatili.
Dall’altra ci sono strumenti come Cursor, che funzionano come un “strato intermedio” fra l’ingegnere e i grandi modelli, orchestrando il lavoro, traducendo i prompt in codice e facilitando l’intero ciclo di sviluppo.
Il concetto di ‘commoditizzazione’ è il cuore della discussione. In economia digitale, si parla di commodity quando un prodotto smette di essere percepito come unico e diventa facilmente sostituibile.
Al che la domanda: diventeranno una commodity i modelli di IA, con alternative più economiche come DeepSeek pronte a eroderne i margini? Oppure sarà Cursor, che costruisce sopra quei modelli, a sembrare intercambiabile nel momento in cui Google o un altro colosso decidesse di integrarne le funzionalità direttamente nei propri ecosistemi?
Come ha sintetizzato Barry McCardel, CEO di Hex, al Wall Street Journal: “È semplicemente interessante vedere chi riuscirà a rendere l’altro una commodity più velocemente”.
Nel frattempo, nelle aziende i benefici sono concreti: programmatori e designer riferiscono incrementi di produttività che possono arrivare sino a 10 volte, e molte imprese hanno già sottoscritto abbonamenti aziendali da decine di migliaia di dollari l’anno.
Cursor è il tentativo di emanciparsi dai big dell’IA
La crescita accelerata ha però un prezzo: la bolletta per GPU, potenza di calcolo e accesso ai modelli è altissima. Le startup che operano in questo ambito affrontano infatti un problema ben noto agli investitori: più crescono, più pagano. L’effetto scala, che nel software tradizionale abbatteva i costi unitari, nell’intelligenza artificiale si capovolge.
Proprio per questo, a ottobre Cursor ha lanciato il suo primo modello proprietario, Composer. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dai grandi laboratori e trattenere più valore all’interno dell’azienda.
Composer è stato addestrato anche su anni di dati d’uso raccolti dagli sviluppatori, un dataset preziosissimo: una sola ora di sessione, secondo alcune startup specializzate in training, può valere fino a 500 dollari.
Il modello ha ottenuto buoni riscontri per attività rapide, anche se molti sviluppatori continuano a preferire sistemi più potenti (come Anthropic),per i progetti complessi.
Il lancio di Composer è stato comunque sufficiente per convincere gli investitori: due settimane dopo, Cursor ha annunciato un nuovo round da oltre 2 miliardi di dollari. Una cifra che racconta la fiducia dei fondi e, allo stesso tempo, la portata delle spese necessarie per rimanere competitivi.
La bizzarra cultura aziendale
Parte del fascino sugli investitori di Cursor risiede anche nella sua identità culturale, volutamente distante dai grattacieli del centro di San Francisco.
In ufficio si gira senza scarpe, i pavimenti sono coperti di tappeti e sei giorni alla settimana un cuoco, Fausto, prepara il pranzo per gli oltre 250 dipendenti. È un tratto distintivo che racconta l’origine del progetto: un gruppo di quattro ragazzi conosciutisi al MIT, trasferitisi in California per costruire prima una app di messaggistica crittografata e poi, capovolgendo tutto, uno strumento di coding assistito dall’IA.
Nei primi mesi hanno lavorato come in un ritiro monastico, senza assumere nessuno e concentrandosi incessantemente sulla qualità del prodotto. Il resto della crescita è avvenuto quasi per osmosi: niente marketing tradizionale, solo passaparola fra sviluppatori, pop-up café in giro per il mondo, e persino una pagina pubblicitaria in un piccolo quotidiano locale.
Per ora, milioni di utenti sembrano aver dissolto i dubbi a colpi di entusiasmo. Ma la domanda che domina la Silicon Valley resta aperta: Cursor sta costruendo un’azienda destinata a durare, o è il prossimo protagonista di un boom che potrebbe sgonfiarsi all’arrivo di una mossa dei giganti dell’IA?
Fonte: The Wall Street Journal


