Circa quaranta persone che oggi lavorano in OpenAI hanno trovato nella posta una lettera degli avvocati di Apple. Non sono imputate, non compaiono in alcun atto giudiziario, né è stata mossa loro alcuna accusa formale. Hanno però un elemento in comune: prima di passare a OpenAI lavoravano a Cupertino.
La lettera intima loro di conservare documenti, messaggi e comunicazioni, e chiede un incontro con i legali dell’azienda. Chi la riceve, da quel momento, non può più cancellare nulla di quanto riguardi il proprio passato professionale, e se lo fa risponde in proprio.
Come Apple vuole accedere alle prove
La mossa arriva pochi giorni dopo la causa depositata al tribunale federale del distretto nord della California. La quale, come abbiamo raccontato, accusa OpenAI, io Products e due ex dipendenti, Tang Tan e Chang Liu, di aver sottratto progetti hardware riservati.
Negli atti Apple scrive di non avere visibilità su quanto accade dentro OpenAI e definisce le prove allegate la “punta dell’iceberg”. L’ammissione spiega la strategia. Fino a quando il giudice non lo autorizza, Apple non può entrare negli archivi della controparte.
Può però scrivere a chi in quegli archivi è entrato davvero e impedirgli di cancellare qualcosa nel frattempo.
OpenAI ha risposto alle accuse dicendo di prendere sul serio le contestazioni ma di non essere a conoscenza di “alcuna prova che la denuncia abbia fondamento”, e di non avere “alcun interesse” per i segreti industriali di altre aziende.
Quanto costa cambiare lavoro in California
Il punto giuridico interessante sta a monte. In California i patti di non concorrenza sono vietati per legge, e proprio su quella libertà si è costruita la mobilità che ha alimentato la Silicon Valley per decenni. Apple dunque non può impedire a un progettista di andarsene, e non ha strumenti per trattenerlo.
Quello che può fare è intervenire dopo. La causa per sottrazione di segreti industriali diventa così lo strumento che sopperisce al divieto: non blocca l’uscita ma la rende costosa.
Rispondendo ad Apple, OpenAI ha dichiarato di credere nella concorrenza leale e nel garantire alle persone la libertà di lavorare dove scelgono. Nei fatti, quaranta di quelle persone hanno oggi le proprie comunicazioni congelate e un appuntamento con gli avvocati di un’azienda per cui non lavorano più.
Il prodotto contestato e la quotazione in arrivo
Sul tavolo c’è lo speaker domestico senza schermo di cui abbiamo scritto, atteso sul mercato nel 2027, insieme all’ingiunzione che Apple chiede al giudice e che potrebbe rallentarne lo sviluppo. OpenAI si presenterà allora alla quotazione in borsa con una contestazione che riguarda le fondamenta di un’intera linea di prodotti.
Sul fronte opposto, Apple oggi ha poco da perdere. La collaborazione con OpenAI su Siri, avviata nel 2024, si è progressivamente svuotata: per il nuovo assistente vocale e testuale presentato a giugno, Cupertino ha scelto i modelli di Google. Lo scontro frontale arriva insomma quando la dipendenza tecnologica dall’altra parte è già stata sciolta.
La fase che si apre ora è quella della discovery, in cui ciascuna parte può chiedere all’altra documenti, messaggi e testimonianze. Applicata a quaranta persone comuni, significa mesi di richieste su conversazioni private, file scaricati anni prima, colloqui di lavoro sostenuti quando erano ancora dipendenti Apple.
In tribunale non finisce un brevetto o una linea di codice che si possa isolare e mostrare al giudice. Finisce quello che decine di ingegneri e progettisti hanno imparato lavorando a Cupertino, e la domanda su dove finisca la competenza che una persona si porta dietro e dove cominci l’informazione che resta dell’azienda. A quella domanda, risponderanno gli avvocati di OpenAI.
Fonte: Financial Times


