Elon Musk ha costruito un impero economico grazie alle sue innegabili capacità imprenditoriali. Ma a differenza di tutti gli altri CEO di Big Tech, gode di una mediaticità senza pari grazie alla sua capacità di dominare i titoli dei giornali con dichiarazioni che oscillano tra il provocatorio e il temerario.
Ora questa imprevedibilità sistematica è diventata il principale motivo di preoccupazione per OpenAI, l’azienda che Musk ha co-fondato nel 2015 e che oggi lo considera una minaccia reputazionale.
Ieri OpenAI ha inviato una lettera a investitori e partner bancari con un messaggio inequivocabile: preparatevi al caos mediatico.
Il processo intentato da Musk contro l’azienda di Sam Altman andrà infatti a dibattimento ad aprile, e OpenAI si aspetta dal suo ex co-fondatore “sparate a effetto” e “dichiarazioni fuori da ogni logica”, tipiche, scrive l’azienda, “delle tattiche che ha già utilizzato in passato”.
La lettera, visionata da CNBC, rappresenta un tentativo esplicito di controllare la narrativa prima che Musk possa farlo a modo suo. “La causa di Elon rimane infondata e priva di merito”, si legge nel documento, “e il nostro team è concentrato nel far sì che la giuria veda queste affermazioni per quello che sono”.
OpenAI si dice fiduciosa di vincere e stima che la causa “non valga più dei 38 milioni di dollari che Elon ha donato”, riferendosi al contributo iniziale di Musk alla fondazione nonprofit creata con Altman nel 2015. In sostanza OpenAI sta dicendo che, al massimo, dovrà restituirgli quanto versò all’epoca, non certo i miliardi che oggi pretende per la proprietà intellettuale sviluppata successivamente.
Altman: cinquecento miliardi e una faida ideologica
La posta in gioco è altissima. OpenAI ha raggiunto una valutazione di 500 miliardi di dollari, diventando la startup privata più preziosa al mondo – superando anche SpaceX, l’altra creatura di Musk.
Musk ha lasciato il consiglio di amministrazione nel 2018. Oggi sostiene di essere stato “manipolato” e “ingannato” quando OpenAI ha abbandonato la missione nonprofit originaria per trasformarsi in un’entità commerciale.
L’accusa è di aver costruito “un’opaca rete di affiliate for-profit”, culminata nella partnership multimiliardaria con Microsoft. Nella sua denuncia chiede pertanto “il valore di tutta la proprietà intellettuale sviluppata” grazie ai suoi contributi iniziali.
Al di là delle cifre, lo scontro è ideologico: si può costruire un’IA “per il beneficio dell’umanità” e insieme inseguire profitti miliardari? Un precedente legale su questi temi potrebbe ridefinire le regole per l’intera industria.
Il ritorno nell’orbita di Trump
A rendere Musk ancora più imprevedibile è il suo rinnovato peso politico. Dopo la burrascosa parentesi al DOGE, il Dipartimento per l’Efficienza Governativa da cui si è dimesso a maggio 2025 tra polemiche e scontri con la stessa amministrazione Trump, il miliardario è tornato nell’orbita del presidente.
Le recenti operazioni di Starlink lo dimostrano: internet gratuito in Venezuela dopo la cattura di Maduro, e ora il supporto ai manifestanti iraniani contro il blackout imposto dal regime.
Trump lo ha citato pubblicamente come partner strategico e il riavvicinamento restituisce a Musk quella centralità politica che sembrava aver perso, e che ora potrebbe amplificare ulteriormente la risonanza mediatica delle sue mosse durante il processo con OpenAI.
Sam Altman ha quindi scelto di giocare d’anticipo, scommettendo che avvisare gli investitori sia meno dannoso che lasciarli esposti alle ondate mediatiche che Musk sa generare come pochi altri.
La strategia rivela quanto l’azienda consideri il rischio reputazionale almeno pari a quello legale. Resta da vedere se la giuria si concentrerà sui fatti o si farà distrarre dal rumore di fondo. E con Elon Musk, il rumore di fondo è sempre assordante.
Fonte: CNBC


