Gli Stati Uniti hanno un problema sempre più costoso: per convincere gli investitori a prestare loro denaro per dieci o trent’anni devono pagare interessi più alti. Questa settimana il rendimento dei Treasury trentennali ha raggiunto infatti circa il 5,34%, il livello più alto dal 2007. Quello dei decennali è arrivato intorno al 4,7%.
È anche una questione di fiducia: di fronte a un debito pubblico crescente, deficit elevati e un’inflazione ancora difficile da domare, gli investitori chiedono agli Stati Uniti un interesse maggiore per prestare loro denaro per decenni. E quando Washington deve collocare nuovo debito, deve adeguarsi alle condizioni del mercato.
USA: un debito da 40.000 miliardi
Il problema parte dalle dimensioni raggiunte dai conti pubblici americani. Il debito federale ha superato per la prima volta i 40.000 miliardi di dollari, circa 34.200 miliardi di euro, mentre la sola spesa annuale per interessi ha oltrepassato i 1.000 miliardi di dollari.
A pesare sui Treasury ci sono anche l’incertezza sull’inflazione e sulla politica della Federal Reserve. In più, il governo americano deve competere per i capitali con aziende che stanno raccogliendo enormi quantità di denaro sul mercato, comprese quelle tecnologiche impegnate a finanziare data center e infrastrutture per l’IA.
Più salgono i rendimenti dei Treasury, più aumenta il costo con cui Washington rifinanzia progressivamente il proprio debito. E l’effetto non resta confinato ai conti dello Stato: i Treasury sono il riferimento per gran parte del sistema finanziario americano, dai mutui al credito aziendale fino alle valutazioni di azioni e immobili.
Bessent prova a invertire il trend
È in questo contesto che è intervenuto Scott Bessent, Segretario al Tesoro dell’amministrazione Trump. Dal 9 settembre Washington raddoppierà almeno i riacquisti di Treasury a lunga scadenza, portandoli da 2 a 4 miliardi di dollari per operazione.
L’obiettivo è sostenere la liquidità in una parte del mercato dove in questo periodo è diventato più difficile trovare compratori. Bessent ha spiegato di voler “riportare equilibrio” nel mercato obbligazionario americano e ha lasciato aperta la possibilità di aumentare ulteriormente gli acquisti.
Il punto è la scala dell’intervento. Il mercato dei Treasury vale circa 32.000 miliardi di dollari. Dopo l’annuncio i rendimenti sono effettivamente scesi, ma il sollievo è durato poco e già il giorno successivo hanno ripreso a salire.
“Gli interventi di Bessent non fanno nulla per affrontare le vulnerabilità di fondo”, osserva Matt King, fondatore di Satori Insights.
La pressione si sposta sul dollaro
Ed è qui che la storia passa dalle obbligazioni alla valuta americana. Una parte degli investitori teme che, se Washington cercherà di impedire ai rendimenti di salire mentre debito e deficit restano elevati, la pressione finirà per scaricarsi sul dollaro.
Da martedì la valuta americana ha perso circa lo 0,8% contro un paniere di altre monete. JPMorgan ha collegato direttamente la vendita di dollari al raddoppio dei riacquisti del Tesoro e al ritorno della cosiddetta strategia di “debasement”, basata sull’acquisto di attività considerate più resistenti alla perdita di valore della moneta.
La lettura però non è condivisa da tutti. Chris Turner, responsabile globale dei mercati di ING, considera la mossa di Bessent soprattutto un tentativo di stabilizzare il mercato obbligazionario.
Oro e Bitcoin tornano a correre
La conseguenza più visibile si è vista su oro e Bitcoin. La criptovaluta ha guadagnato circa il 23% in una settimana, salendo intorno a 77.375 dollari, circa 66.200 euro, e mettendo a segno la settimana migliore da oltre tre anni. L’oro è cresciuto di oltre il 13% in agosto, fino a circa 4.612 dollari per oncia, avviandosi verso il miglior mese dal 1999.
Per Bitcoin hanno contribuito anche altri fattori. Il rapido rialzo ha costretto molti trader che scommettevano sul ribasso a chiudere le proprie posizioni, alimentando ulteriormente gli acquisti. A Washington, inoltre, l’incontro tra il Presidente Donald Trump, i vertici delle autorità di regolamentazione e le aziende crypto è stato interpretato positivamente dal settore.
Il quadro è però meno euforico se si allarga lo sguardo: nonostante il rimbalzo, Bitcoin vale ancora il 31% in meno rispetto a un anno fa.
Fonte: Financial Times


