Un capo della polizia di Braselton, in Georgia, ha cercato la targa della propria ex fidanzata più di 500 volte nell’arco di sette mesi. In California, invece, un ex vice sceriffo della Riverside County è accusato di aver utilizzato lo stesso sistema per perseguitare e molestare l’ex compagna, arrivando a cercare le targhe degli uomini che frequentava.
In entrambi i casi lo strumento era Flock, società americana che gestisce una rete di telecamere ALPR, acronimo che sta per Automatic License Plate Recognition. I dispositivi leggono automaticamente le targhe dei veicoli e permettono alle forze dell’ordine di cercare successivamente dove e quando una determinata automobile è stata rilevata.
Di Flock abbiamo già parlato a febbraio, quando abbiamo raccontato le proteste contro le sue telecamere negli Stati Uniti e il loro utilizzo anche nelle operazioni legate all’immigrazione.
Nel video qui sotto avevamo abbiamo come funziona questa rete e perché la sua diffusione aveva già acceso un forte dibattito sulla sorveglianza.
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Il CEO di Flock: “Qui abbiamo sbagliato”
Adesso è la stessa Flock a riconoscere che lasciare i controlli alle singole forze di polizia non basta. Nelle prossime settimane la società renderà obbligatoria Audit Assistance, una funzione introdotta ad aprile che individua comportamenti di ricerca anomali e blocca automaticamente gli utenti sospetti, finché un amministratore non ne verifica l’attività. Finora era facoltativa e soltanto un terzo delle agenzie che utilizzano Flock l’aveva attivata.
Gli agenti dovranno inoltre inserire il codice del caso a cui è collegata ogni ricerca. Un amministratore potrà aggirare il requisito solo nelle emergenze, per esempio per cercare un bambino scomparso, ma anche queste interrogazioni verranno automaticamente segnalate per un controllo successivo.
È un cambio di rotta anche per Garrett Langley. Il CEO aveva finora sostenuto che spettasse soprattutto ai legislatori e alle amministrazioni locali decidere quali limiti imporre. Ora riconosce che le regole arrivano troppo lentamente.
“Penso che sia giusto, e qui abbiamo sbagliato. Dovremmo renderlo obbligatorio”, ha detto a The Verge parlando dei codici associati alle ricerche.
Meno dati conservati e più limiti alla condivisione
Flock ridurrà inoltre da 30 a sette giorni il periodo predefinito per cui conserva i dati raccolti dai propri dispositivi. I dipartimenti di polizia potranno comunque scegliere un periodo più lungo, mentre una nuova Evidence Mode permetterà di preservare le informazioni collegate a un’indagine specifica.
Cambierà anche la condivisione tra le forze dell’ordine. Finora un’amministrazione poteva sostanzialmente consentire o negare l’accesso ai propri dati. Adesso potrà stabilire per quale finalità un’altra agenzia può consultarli: per esempio autorizzare la ricerca di un sospettato di omicidio senza permettere che lo stesso archivio venga usato per operazioni sull’immigrazione.
Il cambio di linea arriva dopo mesi difficili anche sul piano dell’immagine. L’anno scorso Langley aveva definito “terroristico” DeFlock, il progetto che mappa le telecamere dell’azienda negli Stati Uniti. A luglio si è scusato, definendo quella descrizione un errore.
Flock è stata inoltre accusata dall’ACLU (American Civil Liberties Union, ndR) e dalla Electronic Frontier Foundation di avere minimizzato alcuni rischi dei propri sistemi e, almeno in un caso, ha ricondotto la contestazione a un fraintendimento su una questione complessa.
Ma la sorveglianza ha anche un’utilità
Raccontare soltanto gli abusi restituisce però metà del problema. Questi sistemi vengono comprati dalle forze dell’ordine perché possono essere utili nelle indagini e nella ricerca di persone o veicoli.
Secondo i dati forniti dalla stessa Flock, nel solo mese di luglio la sua tecnologia avrebbe contribuito a trovare quasi mille persone scomparse e oltre 22.000 automobili rubate. Sono numeri dell’azienda, sia chiaro, non una verifica indipendente, ma spiegano perché strumenti del genere continuino a diffondersi.
È proprio Langley a collegare l’utilità alla responsabilità. Il CEO sostiene di essersi reso conto solo col tempo delle dimensioni dell’impatto prodotto dall’azienda e degli obblighi che ne derivano. Resta da capire quanto il cambio sia frutto di questa convinzione e quanto pesi invece la pressione pubblica.
L’ACLU considera la riduzione dei tempi di conservazione un possibile “passo nella giusta direzione”, ma sostiene che le modifiche sembrino concentrate soprattutto sulla soluzione di un problema di pubbliche relazioni. L’organizzazione chiede quindi che Audit Assistance e gli altri controlli vengano valutati da soggetti indipendenti.
Anche in Europa la polizia usa le telecamere ANPR
Questa tecnologia, sia chiaro, non è una peculiarità americana. Anche le forze dell’ordine europee utilizzano sistemi per il riconoscimento automatico delle targhe.
Nel materiale raccolto dall’European Data Protection Board per la valutazione della direttiva europea sul trattamento dei dati da parte delle autorità di polizia, pubblicato nel gennaio 2026, compaiono esplicitamente attività e consultazioni nazionali sull’impiego di sistemi per la lettura automatica delle targhe nelle attività di polizia. L’autorità tedesca, per esempio, la include tra le tecnologie affrontate nella propria attività.
La differenza è nella cornice entro cui quei dati vengono utilizzati. La direttiva europea 2016/680 richiede che il trattamento da parte delle autorità abbia finalità determinate, che i dati non vengano conservati più a lungo del necessario e che siano fissati termini per cancellarli o riesaminare periodicamente la necessità di conservarli. Prevede inoltre misure di protezione dei dati fin dalla progettazione e registri delle operazioni effettuate sui sistemi.
Questo non impedisce che anche in Europa uno strumento di sorveglianza possa essere utilizzato male. Ma alcuni dei limiti che Flock sta decidendo oggi di incorporare nei propri prodotti negli Stati Uniti, appartengono già alla logica della normativa europea.
Fonte: The Verge


