“Penso che l’IA sia un cavallo di Troia di cui tutti sanno che i greci sono dentro.” Christopher Nolan ride mentre lo dice, poi aggiunge la precisazione che rende l’immagine definitiva: “Un cavallo trasparente, è fatto di vetro”.
La domanda gli è arrivata durante un’intervista in video e partiva proprio dal mito che attraversa “The Odyssey”, la sua versione dell’Odissea ora al botteghino: se il cavallo era un dono che nascondeva invasori pronti a uccidere, l’IA potrebbe essere qualcosa che si accoglie nella vita quotidiana per poi scoprirlo “qualcos’altro e qualcosa di più oscuro”.
Nolan ha ribaltato la premessa perché a suo avviso il travestimento non c’è. Il dono è visibile per quello che contiene, e la gente lo accoglie lo stesso.
Un rifiuto che è una buona notizia
“Non ho mai visto una tecnologia avanzare così rapidamente ed essere così completamente rifiutata dal pubblico”, ha detto. “Il sospetto di tutti nei suoi confronti è talmente estremo, in particolare tra i giovani.”
L’esempio che porta è lessicale: le persone dell’età dei suoi figli guardano i video generati e li archiviano immediatamente come “AI slop”, coniando un termine e chiudendo la questione.
Nolan legge questa diffidenza come un segnale di salute. “La tecnologia ci darà sempre grandi doni ma va guardata con scetticismo. Anche le motivazioni di chi ce la offre vanno guardate con scetticismo. È così che otterremo il meglio da una nuova tecnologia, invece che con la fede cieca nel fatto che andrà tutto benissimo”.
Chi parla, e da quale posizione
Nolan non ha spiegato quale minaccia veda concretamente nell’IA. Ma la sua non è una dichiarazione da prendere sotto gamba: è il presidente della Directors Guild of America, il sindacato che negozia i contratti dei registi americani.
Nell’ultimo accordo la DGA ha ottenuto alcune tutele sull’IA generativa, dopo che la questione è stata al centro degli scioperi di sceneggiatori e attori del 2023, quando l’industria si è fermata anche sul questione del consenso e del compenso per l’uso di volti, voci e testi nell’addestramento dei modelli.
Quando Nolan parla di motivazioni da guardare con sospetto, insomma, sta descrivendo un tavolo di trattativa a cui siede.
Nolan predica prudenza, gli studios firmano
Il punto è che l’industria si muove nella direzione opposta alla diffidenza che Nolan celebra, con esiti che gli danno ragione più di quanto lui stesso dica.
Lionsgate ha aperto la fila nel settembre 2024, affidando a Runway le sue ventimila opere per costruire un modello proprietario destinato a storyboard ed effetti visivi. Un anno dopo il progetto era in stallo: il catalogo di uno studio, ha spiegato una fonte a The Wrap, è troppo piccolo per addestrare un modello che funzioni davvero, e i diritti degli attori restano un problema irrisolto.
Sono seguiti AMC Networks, che con Runway genera materiale promozionale e visualizza le stagioni prima di girarle, la EDGLRD di Harmony Korine e la Fabula di Pablo Larraín. Netflix ha ammesso per bocca di Ted Sarandos di avere usato l’IA generativa per il crollo di un edificio in “El Eternauta”.
Poi c’è il caso che vale come riassunto di tutto il resto. A dicembre Disney ha annunciato con OpenAI un accordo triennale da circa un miliardo di dollari (circa 875 milioni di euro), oltre duecento personaggi tra Disney, Marvel, Pixar e Star Wars concessi a Sora, contenuti selezionati su Disney+ e un investimento azionario nella società di Altman.
Tre mesi dopo OpenAI ha spento Sora, app e interfaccia per gli sviluppatori, e l’accordo è evaporato senza che un dollaro cambiasse mano. La stessa Sora che era uscita imponendo ai titolari dei diritti di dire no per non finire nei video generati, e che aveva ritirato quella pretesa in settantadue ore sotto la pressione della Motion Picture Association.
Nolan invita a diffidare delle motivazioni di chi offre la tecnologia. Chi ha firmato per primo ha scoperto che il problema, prima ancora delle motivazioni, era la solidità della merce.
Tecno-scettico, non tecnofobo
Alla domanda del New York Times se si consideri un tecnofobo, Nolan ha risposto rivendicando l’etichetta di “tecno-scettico”. Rifiuta gli smartphone e difende la pellicola, che a suo giudizio è “migliore nel rappresentare il modo in cui l’occhio vede il mondo rispetto a qualsiasi sistema di ripresa digitale”.
Al tempo stesso ha girato con “The Odyssey” il primo lungometraggio interamente su pellicola e macchine da presa Imax, un’operazione che di innovativo ha parecchio.
La sua obiezione, alla fine, non riguarda la novità. “Abbraccio continuamente le nuove tecnologie, ma tendono a essere vendute alla gente a spese di sistemi che potrebbero essere ancora validi e utilizzabili. È quello che ho visto nel mio settore: buttare via il bambino con l’acqua sporca. Abbiamo quasi perso la pellicola!”.
Fonte: TechCrunch


