Netflix ha acquisito InterPositive, la startup di intelligenza artificiale fondata da Ben Affleck nel 2022, per una cifra attorno ai 600 milioni di dollari.
Il prezzo effettivo, pagato in contanti, è inferiore: il resto è legato al raggiungimento di obiettivi di performance. Ma il numero, anche ridimensionato, racconta qualcosa di più grande del singolo accordo.
È una delle acquisizioni più costose nella storia dello streamer, che storicamente ha sempre preferito costruire internamente piuttosto che comprare. Un principio ribadito fino a poche settimane fa, mentre Netflix tentava senza successo di acquisire Warner Bros. Discovery per 72 miliardi di dollari.
Il messaggio, stavolta, è esplicito: l’IA generativa non è più un terreno di sperimentazione ma una componente strutturale del business. Netflix ha presentato pubblicamente InterPositive come uno strumento destinato a “dare potere ai registi”, non a sostituirli.
La startup è nata in segreto, con il supporto del fondo di investimento RedBird Capital Partners. Affleck ci ha lavorato per un paio d’anni prima di cercare investitori nel 2025, incontrando sia fondi di venture capital sia studi di Hollywood. È stato in quel giro di incontri che Netflix ha deciso di trasformare la tecnologia in uno strumento interno.
Come funziona InterPositive
L’idea alla base di InterPositive è costruire modelli generativi su misura per ogni singola produzione. Il punto di partenza è un dataset proprietario, filmato in un set controllato con le dinamiche di una produzione reale. Su quella base, il modello viene poi addestrato sui giornalieri delle riprese in corso, così da generare output visivamente coerenti con il materiale girato.
In concreto, i registi possono usare questi modelli in post-produzione per modificare l’illuminazione di una scena, eliminare elementi indesiderati (come attrezzature di scena visibili) o sostituire interamente gli sfondi.
Il modello non si addestra su film senza autorizzazione e non genera progetti dal nulla: funziona solo a partire da materiale già girato. “Volevo costruire un flusso di lavoro che catturasse ciò che accade su un set, con un vocabolario che corrispondesse al linguaggio che direttori della fotografia e registi già parlano,” ha spiegato Affleck.
Non è solo teoria. David Fincher sta già utilizzando gli strumenti di InterPositive per un film in uscita con Brad Pitt. Un dettaglio che trasforma la promessa in qualcosa di più tangibile: non si parla di prototipi, ma di una tecnologia già integrata nel lavoro di uno dei registi più esigenti di Hollywood.
Non solo Netflix: tutta Hollywood si riposiziona
L’acquisizione di InterPositive non è un caso isolato. Amazon ha creato un team interno dedicato all’integrazione dell’IA nella produzione cinematografica e televisiva. Disney ha stretto una partnership commerciale con OpenAI.
Adobe ha annunciato una collaborazione con diversi studi per sviluppare modelli definiti “sicuri dal punto di vista della proprietà intellettuale”, integrabili nella propria suite di strumenti. Asteria, un altro studio orientato all’IA, propone un modello generativo presentato come “etico” perché addestrato esclusivamente su materiale ottenuto in licenza.
Il filo conduttore è lo stesso: velocizzare la produzione, contenere i costi e, soprattutto, presentare l’IA come compatibile con il diritto d’autore. Dopo le cause legali che hanno investito aziende come Stability AI e OpenAI per l’uso non autorizzato di opere protette, la garanzia di legalità è diventata l’argomento commerciale centrale.
Chi vende IA a Hollywood oggi deve prima di tutto rassicurare gli studi sul fronte legale.
Il mantra dell’empowerment
“Il processo cinematografico fin dalla sua nascita è stato una lunga progressione tecnologica,” ha detto Affleck in un video pubblicato da Netflix. “Abbiamo sempre cercato di renderlo più realistico, più onesto, e InterPositive spero sia un’altra tappa in linea con quella lunga e ricca storia.” È una narrazione rassicurante. L’IA come evoluzione naturale, non come rottura.
Ma la realtà industriale racconta un’altra storia, o quantomeno una storia incompleta. Produrre di più, più velocemente e a costi inferiori serve ad aumentare i margini degli studi. Non porta automaticamente i lavoratori creativi a mantenere il proprio posto, ricevere compensi migliori o avere più libertà artistica.
I sindacati di Hollywood, che nel 2023 hanno scioperato anche per ottenere garanzie sull’uso dell’IA, restano preoccupati: temono che la tecnologia venga usata per tagliare posti di lavoro e che le opere degli artisti finiscano per addestrare modelli senza alcun compenso.
Per quanto queste nuove aziende parlino di “dare potere ai creativi”, raramente entrano nel dettaglio di cosa significhi concretamente quel potere. Finché non lo faranno, l’unico approccio ragionevole resta prendere quelle promesse per quello che sono: promesse.


