Showrunner e la promessa di un Netflix dell’IA

by | 31 Ago 2025 | IA

Tempo di lettura: 3 minuti

Di Showrunner abbiamo già scritto l’anno scorso ma torniamo volentieri a parlarne perché, nel frattempo, la piattaforma ideata da Edward Saatchi (e sostenuta da Amazon) ha compiuto dei passi avanti.

L’obiettivo è sempre lo stesso, ossia rendere ogni spettatore un creator, con clip e serie generate dall’IA. Ma, dettaglio non da poco, gli studi manterranno la proprietà di qualsiasi contenuto generato con modelli basati sulle loro IP.

Dal fallimento di Oculus Story Studio a Showrunner

La mente dietro la proposta di cui scriviamo oggi è Edward Saatchi, persona non nuova alle rivoluzioni annunciate e mancate. Cofondatore di Oculus Story Studio, ha visto da vicino l’entusiasmo con cui Meta aveva spinto sulla realtà virtuale e, soprattutto, il rapido declino di un sogno che non ha mai conquistato davvero il pubblico.

Nonostante un Emmy per uno dei suoi film animati, il risultato finale è stato disastroso: «Il nostro impatto sull’industria è stato pari a zero, e i nostri ricavi dai film VR saranno stati forse dieci dollari», ha raccontato con una certa autoironia a The Verge.

Da quell’esperienza, Saatchi dice di aver imparato una lezione fondamentale: non basta avere la tecnologia, bisogna capire cosa vuole davvero il pubblico. Oggi quella lezione è diventata Showrunner, il nuovo progetto sviluppato con il suo studio Fable e finanziato da Amazon.

Al contrario di tante iniziative basate sull’IA generativa pensate per lavorare dietro le quinte, Showrunner mette gli utenti al centro: su un server Discord è possibile scegliere personaggi e stili visivi, scrivere un prompt e ottenere una clip animata che risponde a quelle indicazioni.

Uno degli esempi più noti è Exit Valley, una serie preimpostata che richiama i toni satirici di Silicon Valley e l’umorismo surreale de I Griffin, usata come modello estetico per molte clip generate. Lo stile dei contenuti, come potete vedere qui sotto, tradisce però i limiti della tecnologia: le voci sintetiche cercano di imitare quelle reali ma risultano innaturali, e i movimenti dei personaggi appaiono rigidi, lasciando trasparire quanto sia ancora lontana la raffinatezza degli artisti umani.

Nonostante ciò, Saatchi crede che il potenziale sia enorme. «Pensiamo che il Toy Story dell’IA non sarà un film animato a basso costo ma qualcosa di giocabile», ha spiegato.

Il paragone con il cinema agli inizi è centrale nella sua visione: così come il passaggio dalla pellicola al grande schermo ha richiesto anni di esplorazioni creative, anche l’IA generativa va trattata come un medium a sé, non come un semplice strumento per ridurre i costi di produzione.

Tra Disney e gli indie

Oggi Showrunner è gratuito ma il piano è di introdurre un abbonamento tra i 10 e i 20 dollari al mese. Il vero salto, però, arriverà quando grandi studi come Disney decideranno di concedere in licenza le proprie proprietà intellettuali.

Immaginare un modello Star Wars che permetta agli utenti di scrivere scene con i personaggi di The Mandalorian significherebbe aprire un nuovo universo narrativo a milioni di contributi. In questo scenario, però, resta un caveat non trascurabile: i contenuti generati resterebbero di proprietà degli studios, mentre gli utenti pagherebbero per diventare, di fatto, creatori non retribuiti.

Saatchi riconosce l’ambiguità ma insiste che Showrunner non è pensato per sostituire i lavori creativi. Anzi, sottolinea che l’azienda collabora con artisti e animatori per sviluppare asset visivi, convinto che «qualcosa si perda chiaramente» senza l’apporto umano.

Allo stesso tempo, guarda agli autori indipendenti: un filmmaker potrebbe concedere il proprio progetto alla piattaforma e guadagnare royalties ogni volta che un utente genera scene basate sul suo modello. «Potrebbe nascere un sistema in cui i creatori guadagnano quando le persone sono abbastanza coinvolte emotivamente da voler creare qualcosa con il loro lavoro», sostiene.

Una rivoluzione o un grande equivoco?

Ascoltando Saatchi, Showrunner sembra a tratti un ibrido tra Netflix, Roblox e Fortnite. Non tanto per le dinamiche di gioco ma per l’idea che il consumo e la creazione si fondano in un unico processo, dove gli utenti alimentano l’ecosistema con il proprio contributo.

La differenza è che qui bisognerà pagare per partecipare. È davvero la nascita di una nuova era dell’intrattenimento o solo l’ennesimo tentativo di sfruttare l’IA per replicare, peggio, ciò che gli artisti umani sanno già fare?

Saatchi, di fronte alle critiche sui possibili impatti occupazionali dell’IA, non arretra: «Se tutto quello che possiamo fare con una tecnologia così potente è tagliare posti di lavoro, che senso ha?».

La sua scommessa è che Showrunner possa trasformare il pubblico in creatori, aprendo un futuro in cui cinema e televisione non saranno più solo da guardare ma da costruire scena per scena. Se si tratterà di un’avanguardia culturale o di un’industria travestita da gioco, lo scopriremo solo col tempo.

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