Sei mesi. Tanto è durato Sora, il generatore di video con IA che OpenAI aveva lanciato a settembre con uno dei debutti più rumorosi della sua storia.
Niente preamboli: l’app è chiusa, l’API per gli sviluppatori è chiusa, e persino il supporto video dentro ChatGPT non ci sarà. A fare da cornice alla notizia c’è la fine della partnership con Disney, un accordo da un miliardo di dollari che non ha mai visto un centesimo cambiare di mano.
A dicembre, Disney aveva annunciato un investimento da un miliardo di dollari in OpenAI. In cambio avrebbe ottenuto warrant azionari, strumenti finanziari che danno il diritto (ma non l’obbligo) di acquistare azioni della società a un prezzo prestabilito in futuro.
Non soldi versati subito, dunque, ma una scommessa sulla crescita futura di OpenAI: se la startup si fosse rivalutata, Disney avrebbe potuto convertire quei warrant in una partecipazione vera. Nel frattempo, OpenAI otteneva la licenza su oltre 200 personaggi Disney (da Topolino a Cenerentola), senza sborsare un euro in contanti.
L’accordo era costruito sull’aspettativa che Sora diventasse una piattaforma creativa di massa. Non è andata così. “Rispettiamo la decisione di OpenAI di uscire dal business della generazione video e di spostare le priorità altrove”, ha dichiarato una portavoce di Disney. I warrant non verranno convertiti. L’investimento non procederà.
Tre ragioni per il fallimento di Sora
La chiusura di Sora non si spiega con un unico fattore. Sono almeno tre, distinti e separati.
Il primo è strutturale: generare video con l’IA richiede una quantità di potenza di calcolo molto superiore rispetto ai modelli di testo. I costi operativi erano, nei fatti, difficilmente sostenibili su larga scala senza una domanda solida e ricorrente.
Il secondo è che quella domanda non c’era. Secondo il Wall Street Journal, già al momento del lancio alcuni dipendenti di OpenAI erano sorpresi dalla quantità di risorse investite nel progetto, “data la mancanza di prove chiare di domanda per il prodotto”. La chiusura, in questo senso, non è una decisione coraggiosa: è la correzione tardiva di un errore che molti avevano già visto.
Il terzo è legale. Sora arrivò sul mercato senza protezioni adeguate per i titolari di diritti d’autore, innescando una breve ma significativa disputa. OpenAI aggiunse successivamente i controlli necessari ma il problema aveva già segnato il prodotto, in un momento in cui il dibattito sul copyright nell’IA è tutt’altro che risolto.
La superapp, gli agenti e la corsa alla borsa
La chiusura di Sora è parte di una riorganizzazione più profonda, guidata da una scadenza precisa: una potenziale IPO entro il quarto trimestre del 2025. Quando una società si prepara a quotarsi in borsa, la complessità organizzativa diventa un rischio, non un segnale di ambizione.
OpenAI sta consolidando i suoi prodotti. La settimana scorsa ha annunciato la fusione di ChatGPT desktop, Codex (il suo strumento per la programmazione) e il browser in un’unica applicazione.
Nel memo interno ai dipendenti, Sam Altman ha indicato gli agenti IA come priorità assoluta, insieme a un nuovo modello ancora in fase di sviluppo, noto internamente con il nome in codice Spud. Fidji Simo, responsabile delle applicazioni, ha poi detto chiaramente ai dipendenti che non possono permettersi distrazioni da “missioni secondarie”.
C’è anche una pressione competitiva che non va sottovalutata. OpenAI non insegue più solo Google o Meta sul fronte consumer: deve recuperare terreno su Anthropic nel mercato delle imprese e degli sviluppatori, dove si concentra sempre di più il valore economico reale dell’IA.
Altman, nel frattempo, si sta ritagliando più spazio per raccogliere capitali e seguire i progetti infrastrutturali. Che poi è il lavoro che, in vista di una quotazione, conta più di qualsiasi lancio di prodotto.
Dalla dispersione alla concentrazione
La storia di Sora racconta qualcosa di più grande della singola app. OpenAI aveva adottato negli ultimi anni un modello “lancia tutto e vedi cosa s’attacca”: prodotti multipli, priorità in competizione, struttura organizzativa frammentata.
Sora ne era l’espressione più visibile: un progetto ambizioso, costoso, lanciato senza domanda verificata e senza protezioni legali adeguate. La razionalizzazione in corso non è necessariamente una maturazione strategica. È, più concretamente, la realtà dei costi computazionali e delle pressioni finanziarie che si impone sull’ambizione.
Una società che si prepara alla borsa non può permettersi il lusso dell’esperimento. E Sora, nei fatti, è rimasto tale.
Fonti: Wall Street Journal, Bloomberg


