Sam Altman ha deciso di rilanciare la sfida all’industria dell’intrattenimento con Sora 2, il noto generatore di video basato sull’intelligenza artificiale.
La novità non riguarda tanto la qualità dei contenuti prodotti ma le regole del gioco: i video generati potranno includere materiale protetto da copyright, a meno che i titolari dei diritti non chiedano espressamente di escludere le proprie opere.
Una logica di “opt-out” che ribalta l’approccio tradizionale e che ha già messo in allarme Hollywood.
Il cambio di paradigma imposto da OpenAI
Il copyright è da sempre un sistema di difesa che impone a chi vuole usare un contenuto creativo di chiedere permesso, spesso dietro compenso.
Con Sora 2, questo schema viene sovvertito: non c’è più consenso preventivo ma la necessità, per i creativi, di correre ai ripari chiedendo la rimozione dei propri lavori dal raggio d’azione dell’IA.
Secondo fonti riportate dal Wall Street Journal, nelle ultime settimane OpenAI ha contattato agenzie e studi cinematografici, offrendo loro un meccanismo per segnalare eventuali violazioni. È da notare però che non esisterà un “opt-out totale”: ogni caso andrà trattato singolarmente, con una logica da reclamo postumo.
Il nuovo Sora non sarà autorizzato a generare immagini di figure pubbliche riconoscibili senza il loro consenso. Su questo punto OpenAI ha voluto ribadire la distinzione con il tema del copyright. “Il nostro approccio generale è stato quello di trattare somiglianza e copyright in modo distinto”, ha spiegato Jason Kwon, chief strategy officer dell’azienda.
In altre parole, mentre per le persone reali varranno limiti più stringenti, le opere coperte da copyright entreranno nel perimetro di Sora salvo richiesta esplicita di esclusione.
L’industria creativa in rivolta
Comprensibilmente, la reazione del mondo creativo non si è fatta attendere. Negli ultimi anni attori, registi, musicisti e scrittori hanno chiesto con forza che l’uso delle loro opere per l’addestramento dei modelli di IA sia subordinato al consenso e accompagnato da un compenso.
La nuova mossa di OpenAI sembra andare nella direzione opposta. “Per molti nell’ambito dell’IA, questa scelta conferma timori di lunga data e sottolinea perché servono regole chiare”, ha dichiarato Dan Neely, CEO di Vermillio, piattaforma specializzata in licensing e protezione.
La tensione peraltro era già esplosa la scorsa primavera, quando OpenAI e Google avevano fatto pressioni sull’amministrazione Trump affinché l’uso di materiale protetto nei dataset fosse riconosciuto come “fair use”.
La proposta aveva scatenato la protesta di Hollywood: oltre 400 creativi avevano firmato una lettera aperta, sostenendo che la leadership tecnologica americana non può sacrificare la sopravvivenza delle industrie culturali.
Donald Trump, da parte sua, aveva difeso l’idea con un ragionamento pragmatico: “Se leggi un articolo e impari da esso, dobbiamo permettere all’IA di usare quel bacino di conoscenze senza dover affrontare la complessità delle trattative contrattuali”. Un approccio che continua a dividere politica, giuristi e settore creativo.
I precedenti legali e il terreno di scontro
A complicare lo scenario ci sono anche le prime decisioni dei tribunali americani. Quest’estate alcuni giudici hanno dato ragione a Meta e ad Anthropic in casi distinti, stabilendo che l’uso di contenuti protetti per l’addestramento dei modelli può rientrare nel “fair use” se il materiale viene trasformato in qualcosa di significativamente diverso.
Sono sentenze che, pur non creando un precedente definitivo, hanno offerto un assist alle big tech nel loro braccio di ferro con Hollywood.
La linea resta però tutt’altro che chiara. A giugno, Disney e Universal (Comcast) hanno citato in giudizio Midjourney, accusandola di aver usato opere protette per addestrare il suo generatore di immagini. La società ha replicato sostenendo che anche in quel caso si trattava di fair use, il che conferma che la battaglia legale è tutt’altro che conclusa.
Sora, tra innovazione e incertezza
Il tempismo di OpenAI non è casuale. La prima versione di Sora, lanciata lo scorso dicembre, aveva suscitato un’ondata di curiosità per la capacità di trasformare semplici comandi testuali in clip video ad alta definizione.
La nuova release punta a consolidare questo vantaggio competitivo in un mercato sempre più affollato, dove rivali come Google hanno già integrato i propri strumenti di generazione video direttamente su piattaforme di massa come YouTube.
In tale contesto, la strategia di OpenAI appare chiara: correre più veloce degli altri, anche al prezzo di spingersi oltre i confini di un copyright che molti considerano ormai inadeguato all’era dell’intelligenza artificiale.
“Vista l’intensità della competizione, credo che pensino: ‘forse è meglio chiedere perdono che chiedere permesso’”, ha osservato Kristelia García, docente alla Georgetown Law School.
Una frase che i più attenti di voi ricorderanno essere stata utilizzata anche da Meta, in un altro caso di violazione sistemica del copyright.


