In una strada affollata di Londra, turisti, lavoratori e passanti si ritrovano parte di un controllo d’identità digitale senza averlo scelto. Il riconoscimento facciale della Metropolitan Police scansiona i loro volti in tempo reale e li confronta con una lista di circa 17.000 persone ricercate.
Nel giro di un’ora, due allerte. Il primo uomo viene fermato, interrogato brevemente e rilasciato: l’allerta riguardava restrizioni imposte da un tribunale, non un mandato d’arresto. Il secondo viene ammanettato sul marciapiede e portato in custodia.
Scene come queste, come avevamo già raccontato lo scorso ottobre, non sono più eccezionali a Londra. Dall’inizio del 2024, il riconoscimento facciale in tempo reale ha contribuito ad arrestare circa 2.500 persone ricercate, tra cui sospettati accusati di rapina, stupro e strangolamento.
La tecnologia converte i volti in dati biometrici, li confronta con la liste dei ricercati e, secondo la polizia, distrugge immediatamente i dati di chi non corrisponde ad alcun ricercato.
Degli oltre 3 milioni di volti scansionati nei dodici mesi fino allo scorso settembre, il sistema avrebbe generato appena 10 false allerte, tutte riconosciute come errate dagli agenti prima di qualsiasi intervento. “Non c’è mai stato un arresto a seguito di una falsa allerta”, ha dichiarato Lindsey Chiswick, direttrice della Met e responsabile nazionale per il riconoscimento facciale.
I numeri, se verificati, sarebbero tecnicamente impressionanti. Ma è la cornice in cui vengono presentati a meritare attenzione.
Il bambino e il grimaldello retorico
Per difendere il sistema di fronte ai critici, la Chiswick sceglie con cura il suo primo esempio. Non cita una rapina sventata o un latitante catturato dopo anni. Cita un pedofilo condannato, identificato mentre camminava per strada tenendo per mano una bambina di otto anni. “Non avrebbe mai dovuto uscire da solo con una bambina piccola”, ha dichiarato. “Di conseguenza, è tornato in prigione”.
È un caso reale e l’esito è quello giusto. Ma la scelta di citarlo per primo non è casuale. Chi ha seguito il dibattito europeo sul Chat Control riconoscerà la struttura: anche lì la scansione di massa delle comunicazioni private viene introdotta come strumento contro gli abusi sui minori.
La tutela dei bambini è una causa che nessun interlocutore può permettersi di contestare. Proprio per questo, quando viene usata come primo argomento a favore di strumenti di sorveglianza molto più ampi, merita attenzione. Il problema esiste, ed è gravissimo. Ma la sua gravità morale rischia di comprimere il dibattito sui mezzi, sulle garanzie e sui limiti dell’uso della tecnologia.
Nel caso britannico, la distanza tra la giustificazione più emotivamente forte e l’applicazione concreta emerge dal successivo dispiegamento operativo del riconoscimento facciale: la tecnologia è stata usata, per la prima volta, durante una marcia contro l’immigrazione nel centro di Londra. Un contesto molto diverso da quello evocato per difenderne l’utilità pubblica.
Una nazione di sospettati
I gruppi per le libertà civili non contestano solo l’accuratezza del sistema ma il principio stesso. La tecnologia consente alla polizia di sottoporre a screening chiunque si trovi in una strada pubblica, senza alcun sospetto individuale, senza mandato, senza che l’interessato ne sia informato in anticipo in modo efficace.
Big Brother Watch, che da anni conduce campagne contro l’uso del riconoscimento facciale, parla apertamente di normalizzazione della sorveglianza di massa negli spazi pubblici.
L’uso durante la protesta ha alzato ulteriormente la posta. “La polizia sta già sperimentando l’integrazione del riconoscimento facciale nelle telecamere CCTV e ha ora dispiegato questa tecnologia per la prima volta durante una manifestazione”, ha dichiarato Jasleen Chaggar, responsabile per i diritti legali di Big Brother Watch.
“Rischiamo di diventare una nazione di sospettati, tracciati dal momento in cui usciamo dalla porta di casa, con profonde conseguenze per i nostri diritti alla privacy, alla libertà di espressione e alla libertà di associazione”. La polizia metropolitana ha replicato di aver ricevuto informazioni su una possibile minaccia alla sicurezza pubblica e che le telecamere erano posizionate ai punti di accesso alla marcia, non lungo il percorso.
Non ci è chiaro come questa precisazione possa spostare il senso della discussione perché il punto non è dove fossero le telecamere. È che per la prima volta sono state puntate su chi esercitava un diritto costituzionale.
Il diritto insegue la tecnologia
Il mese scorso, un giudice dell’Alta Corte ha respinto il ricorso promosso da Big Brother Watch e da un operatore di comunità erroneamente identificato dal sistema, stabilendo che l’uso della tecnologia è legale.
La strada per un’espansione ulteriore è ora formalmente aperta. Il governo britannico sta lavorando a un nuovo quadro normativo, segnale che la questione rimane politicamente irrisolta nonostante il verdetto.
Il contesto europeo è rilevante. L’AI Act vieta in linea di principio l’uso del riconoscimento facciale in tempo reale negli spazi pubblici per scopi di polizia, con eccezioni circoscritte.
Il Regno Unito, fuori dall’Unione dopo la Brexit, non è vincolato da quelle norme e si muove in modo autonomo, diventando di fatto il principale laboratorio occidentale di questa tecnologia in ambiente democratico.
Chiswick cita un consenso dell’80% nei sondaggi trimestrali a sostegno del sistema. È una cifra che la polizia usa volentieri ma che dice poco su quanto il pubblico comprenda nel dettaglio i meccanismi del sistema che approva.
Quel che è certo è che la Gran Bretagna, già uno dei paesi con la più alta densità di telecamere CCTV al mondo, sta costruendo uno strato ulteriore di sorveglianza biometrica sulle proprie strade.
Fonte: Reuters


